“È meglio essere un essere umano insoddisfatto che un maiale soddisfatto; meglio essere Socrate insoddisfatto che uno sciocco soddisfatto.” La frase sta nel secondo capitolo dell’Utilitarismo di John Stuart Mill, uscito a puntate su una rivista nel 1861 e in volume nel 1863. Ed è la risposta a un’accusa che gli utilitaristi si sentivano rivolgere spesso: la vostra è una morale da porci.
Il principio della maggiore felicità
L’idea di partenza viene da Jeremy Bentham, amico del padre di Mill e suo modello. Un’azione è giusta nella misura in cui tende a promuovere la felicità, sbagliata nella misura in cui produce il contrario. Per felicità si intende il piacere e l’assenza di dolore. E conta la felicità di tutti quelli coinvolti, non solo di chi agisce: la mia non vale più di quella di chiunque altro.
Piaceri alti e bassi
Bentham trattava tutti i piaceri come confrontabili per quantità: intensità, durata, certezza. Gli si attribuisce il detto che, a parità di piacere, un gioco da osteria vale quanto la poesia. Mill introduce invece una differenza di qualità. Alcuni piaceri, quelli dell’intelletto, dei sentimenti, dell’immaginazione, valgono di più. Come lo sappiamo? Chiedendo a chi li ha provati entrambi. Nessuno che conosca le due cose accetterebbe di diventare un animale, anche con la promessa di tutti i piaceri dell’animale.
Nell’ultimo capitolo Mill affronta la giustizia, che sembra il punto debole della teoria: se sacrificare un innocente rendesse più felici molti, dovremmo farlo? La sua risposta è che i diritti individuali proteggono interessi così importanti per tutti da meritare una tutela speciale. Molti critici non si sono convinti, e il problema del carrello nasce proprio da questo genere di dubbi.