Immanuel Kant nasce nel 1724 a Königsberg, in Prussia orientale, oggi Kaliningrad, figlio di un sellaio. Ci muore nel 1804, e in ottant’anni non se ne allontana quasi mai. Per quindici anni insegna come docente privato, pagato dagli studenti, ogni genere di materia: logica, fisica, geografia, perfino fortificazioni. Solo nel 1770 ottiene la cattedra. Delle sue abitudini si raccontano molte cose, come la passeggiata pomeridiana così regolare che i vicini ci avrebbero rimesso l’orologio. Ma era anche un ospite brillante, che a pranzo amava avere amici e conversare a lungo.
Tre domande, tre Critiche
Kant riassumeva i compiti della filosofia in alcune domande: che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa mi è lecito sperare? Alla prima risponde la Critica della ragion pura (1781): conosciamo le cose come ci appaiono, attraverso le forme della nostra sensibilità e del nostro intelletto, non come sono in sé. È il problema del giudizio sintetico a priori.
Alla seconda risponde la Critica della ragion pratica (1788). La morale non dipende dalle conseguenze né dalla felicità, ma da una legge che la ragione dà a sé stessa: l’imperativo categorico. Mentire è sbagliato anche quando conviene. La terza Critica, quella del giudizio (1790), parla del bello e della finalità nella natura.
Kant scrisse anche testi brevi e molto leggibili. In Che cos’è l’illuminismo? (1784) propone un motto: sapere aude, abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza. In Per la pace perpetua (1795) immagina una federazione di stati liberi. Su una lapide accanto alla sua tomba, a Kaliningrad, si legge la frase che chiude la seconda Critica: il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me.
Fonti per approfondire: Stanford Encyclopedia of Philosophy, “Immanuel Kant”; Encyclopaedia Britannica, “Immanuel Kant”.