Due identità, due effetti diversi
«Venere è Venere» non insegna niente a nessuno. «La Stella del mattino è la Stella della sera», invece, ha richiesto una scoperta astronomica. Eppure entrambe le frasi sono vere, e parlano dello stesso oggetto. Gottlob Frege partì da qui: le due identità hanno un diverso valore conoscitivo. Che un oggetto sia identico a sé stesso non sorprende; scoprire che due espressioni indicano proprio quell’oggetto può allargare ciò che sappiamo (la Stanford Encyclopedia of Philosophy ricostruisce il problema con esempi di questo tipo).
La difficoltà nasce se pensiamo che un nome contribuisca a una frase solo indicando un oggetto. Se «a» e «b» indicano la stessa cosa, «a=a» e «a=b» sembrano dire esattamente lo stesso: che quella cosa è identica a sé stessa. Ma allora non si capisce perché la prima frase sia banale e la seconda possa essere una scoperta. La relazione di identità è la stessa in tutti e due i casi. Cambia la strada per cui arriviamo all’oggetto.
Una stella all’alba, una al tramonto
«Stella del mattino» nomina il corpo celeste che, in certi periodi, si vede brillare prima dell’alba. «Stella della sera» lo presenta come quello visibile dopo il tramonto. Le due espressioni hanno lo stesso riferimento, il pianeta Venere, ma lo presentano in modi diversi. Per accorgersi che si tratta dello stesso pianeta bisogna osservare il cielo e ragionare; leggere la frase non basta. È proprio il contrasto, spiegato anche dall’Internet Encyclopedia of Philosophy, tra stesso riferimento e presentazione diversa.
In «Venere = Venere» lo stesso modo di indicare viene ripetuto. In «Stella del mattino = Stella della sera» si mettono in relazione due vie di identificazione. Se l’identità è vera, tutte e due portano a Venere; ma sapere che portano allo stesso posto è una scoperta. Venere non cambia, né cambia il significato del segno “=”. Ciò che informa è il collegamento tra due modi di individuare il pianeta.
Senso e riferimento
Nel saggio del 1892 “Über Sinn und Bedeutung” (“Sul senso e il riferimento”), Frege distingue il riferimento (Bedeutung), cioè ciò a cui un’espressione rimanda, dal senso (Sinn), cioè il modo in cui quel riferimento ci è presentato. «Stella del mattino» e «Stella della sera» hanno lo stesso riferimento e sensi diversi. Così si spiegano insieme due fatti: la frase è vera perché i due nomi designano lo stesso oggetto; è informativa perché lo presentano sotto aspetti differenti.
Attenzione a un equivoco frequente. Il senso non è un secondo oggetto in cielo accanto a Venere, e nemmeno un’immagine privata nella testa di chi parla. È un contenuto che si può condividere, legato all’espressione; il riferimento è l’oggetto stesso. Per questo la differenza non è solo psicologica: anche chi conosce benissimo il pianeta capisce perché l’identità tra i due nomi abbia richiesto una scoperta empirica.
Che cosa ne viene
Se ogni nome contribuisse solo con il suo riferimento, due nomi dello stesso oggetto sarebbero sempre scambiabili senza perdita. Le identità mostrano che non lo sono, almeno quanto a ciò che impariamo. «a=a» si riconosce a colpo d’occhio, «a=b» può richiedere un’indagine sul mondo. Da questa osservazione, in apparenza minima, nasce una domanda centrale della filosofia del linguaggio: come fanno le parole, oltre a indicare le cose, a darci modi diversi di pensarle? Russell, pochi anni dopo, cercò una risposta diversa con la teoria delle descrizioni.