Quando penso, penso a qualcosa. Quando temo, temo qualcosa; quando desidero, desidero qualcosa. Sembra un’ovvietà. Per Franz Brentano è la caratteristica che distingue i fenomeni psichici da tutti gli altri. La chiamò intenzionalità.
Il testo del 1874
Nella Psicologia dal punto di vista empirico (1874) Brentano scrive che ogni fenomeno psichico è caratterizzato da ciò che gli scolastici del Medioevo chiamavano l’inesistenza intenzionale di un oggetto. “Inesistenza” qui non vuol dire che l’oggetto non esista. Vuol dire che esiste “dentro” l’atto mentale, come suo contenuto. Poi elenca: nella rappresentazione qualcosa è rappresentato, nel giudizio qualcosa è affermato o negato, nell’amore qualcosa è amato, nell’odio odiato, nel desiderio desiderato.
I fenomeni fisici, invece, non hanno questa direzione. Un sasso non è “rivolto” a niente. Un colore, un suono, un calore sono semplicemente lì. Da qui la tesi di Brentano: l’intenzionalità è il segno distintivo del mentale.
Pensare a ciò che non c’è
Il problema si vede bene con gli oggetti che non esistono. Posso pensare a Pegaso, a un cerchio quadrato, alla montagna d’oro. Il mio pensiero è rivolto a qualcosa, eppure quel qualcosa non c’è. Allora a che cosa è rivolto, esattamente? Le risposte a questa domanda hanno occupato generazioni di filosofi, dagli allievi di Brentano fino alla filosofia analitica.
Le sue lezioni a Vienna furono seguite da studenti che sarebbero diventati famosi. Tra loro c’era il giovane Sigmund Freud. E c’era Edmund Husserl, che fece dell’intenzionalità il centro della fenomenologia, correggendo l’idea dell’oggetto “dentro” la coscienza: per Husserl la coscienza è rivolta alle cose stesse.