Filosofi

Edmund Husserl

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

“Tornare alle cose stesse.” Il motto che Edmund Husserl lanciò all’inizio del Novecento sembra quasi banale. A che cos’altro dovrebbe tornare un filosofo? Ma Husserl intendeva qualcosa di preciso: smettere di costruire teorie su come dovrebbe essere la coscienza e guardare, con pazienza, come le cose ci si danno effettivamente nell’esperienza. Quel metodo, la fenomenologia, è diventato uno dei grandi filoni della filosofia del XX secolo.

Dalla matematica alla filosofia

Husserl nasce nel 1859 a Prossnitz, in Moravia, allora parte dell’impero austriaco, in una famiglia ebrea. Studia astronomia e matematica a Lipsia e Berlino, dove segue le lezioni del grande matematico Karl Weierstrass, e si addottora a Vienna nel 1883 con una tesi sul calcolo delle variazioni.

A Vienna ascolta le lezioni di Franz Brentano, e decide che la filosofia può essere una scienza rigorosa. Si dedica a essa. Nel 1891 pubblica la Filosofia dell’aritmetica, in cui cerca di spiegare i concetti matematici a partire dagli atti psicologici con cui li formiamo. Gottlob Frege ne scrive una recensione molto critica, accusandolo di confondere la logica con la psicologia.

Contro lo psicologismo

Husserl prende sul serio la critica, e cambia strada. Nel primo volume delle Ricerche logiche (1900-1901) attacca proprio lo psicologismo, cioè l’idea che le leggi della logica siano leggi del nostro modo di pensare. Se fosse così, osserva, il principio di non contraddizione sarebbe una generalizzazione empirica, valida per gli esseri umani come li conosciamo, e potrebbe cambiare se cambiasse il nostro cervello. Ma la verità che 2 + 2 = 4 non dipende da chi la pensa. Gli atti con cui pensiamo sono fatti psicologici; ciò che pensiamo, il contenuto ideale, no.

L’intenzionalità

Da Brentano Husserl riprende un’idea chiave: ogni coscienza è coscienza di qualcosa. Non c’è un percepire senza un percepito, un desiderare senza un desiderato, un ricordare senza un ricordato. Questa direzione della coscienza verso un oggetto si chiama intenzionalità. La pagina sull’intenzionalità di Brentano ne ricostruisce l’origine.

Husserl la analizza con grande finezza. Prendiamo un cubo. Non lo vedo mai tutto intero: vedo tre facce al massimo, da una certa prospettiva. Eppure ciò che percepisco è un cubo, non tre quadrati deformati. Le facce nascoste sono “co-intese”, anticipate. Se giro intorno all’oggetto, le mie aspettative vengono confermate o smentite. Ogni percezione è un intreccio di presenza e di rimandi.

La messa tra parentesi

Nelle Idee per una fenomenologia pura (1913) Husserl introduce il metodo dell’epoché, una parola greca che gli scettici antichi usavano per indicare la sospensione del giudizio. Nella vita quotidiana viviamo nell’”atteggiamento naturale”: diamo per scontato che il mondo esista là fuori, indipendentemente da noi. Il fenomenologo non nega questa convinzione, ma la “mette tra parentesi”, la sospende, per concentrarsi su come il mondo appare alla coscienza.

Il paragone con Cartesio è dichiarato. Husserl intitola un suo libro Meditazioni cartesiane (1931). Ma la sua mossa è diversa: Cartesio dubita del mondo per trovare una certezza da cui ripartire; Husserl sospende il giudizio sull’esistenza del mondo per descrivere con precisione il modo in cui esso ci si dà.

Le essenze

Un altro strumento è la “variazione eidetica”. Per cogliere l’essenza di qualcosa, ad esempio di un suono, lo si fa variare nell’immaginazione: cambio l’altezza, il timbro, la durata. Qualche cambiamento lascia intatto il fatto che sia un suono; altri no. Un suono senza alcuna durata, per esempio, non è più pensabile. Ciò che resta invariato in tutte le variazioni è l’essenza.

La crisi delle scienze europee

Husserl insegna a Gottinga e poi, dal 1916, a Friburgo, dove ha come assistente il giovane Martin Heidegger, che gli dedica Essere e tempo. Il rapporto tra i due si incrina presto, per ragioni filosofiche e poi politiche. Dopo il 1933, per le leggi razziali naziste, Husserl, che si era convertito al protestantesimo da giovane, viene escluso dalla vita accademica.

Nelle conferenze di Vienna e Praga del 1935 e nella Crisi delle scienze europee parla di un’Europa che ha perso il senso del proprio sapere. Le scienze hanno avuto un successo straordinario, ma hanno dimenticato il loro fondamento: il “mondo della vita”, il mondo dell’esperienza quotidiana da cui ogni teoria nasce. Galileo ha matematizzato la natura, ma la natura matematica è un’idealizzazione costruita a partire dal mondo vissuto, non la sua verità nascosta.

Husserl muore a Friburgo nel 1938. Lascia circa quarantamila pagine di manoscritti, quasi tutte in stenografia. Pochi mesi dopo un giovane francescano belga, Herman Van Breda, riesce a portarle in salvo a Lovanio, dove si trova ancora oggi l’Archivio Husserl.