“Il tavolo su cui scrivo esiste, cioè lo vedo e lo tocco; e se fossi fuori dal mio studio direi che esiste, intendendo che, se fossi nel mio studio, potrei percepirlo.” Così scrive George Berkeley nel Trattato sui princìpi della conoscenza umana (1710), al paragrafo 3. Per gli oggetti sensibili, essere significa essere percepiti: esse est percipi.
Che cosa resta del tavolo?
Prova a togliere al tavolo tutto ciò che percepisci: il colore marrone, la durezza, la forma, il freddo del legno sotto la mano. Che cosa rimane? Secondo la tradizione filosofica, una “materia” che sostiene quelle qualità. Berkeley chiede: che idea hai di questa materia? Nessuna, perché per definizione non la percepisci. È una parola vuota.
Locke aveva distinto le qualità secondarie, come colori e sapori, che sono nella mente, dalle qualità primarie, come estensione e forma, che sarebbero nelle cose. Berkeley risponde che la distinzione non regge. Non riesci a immaginare un’estensione senza colore né una forma senza qualcosa di visibile o tangibile. Se le une sono nella mente, lo sono anche le altre.
E quando nessuno guarda?
L’obiezione è immediata: il tavolo smette di esistere quando esco dalla stanza? Berkeley risponde in due modi. Il primo è quello del paragrafo citato: dire che esiste significa che, se entrassi, lo percepirei. Il secondo è teologico. C’è sempre una mente che percepisce tutto: Dio. È Dio a produrre in noi le idee con la regolarità che chiamiamo leggi di natura.
Molti contemporanei pensarono a una stravaganza. Samuel Johnson, secondo il racconto del suo biografo Boswell, diede un calcio a una grossa pietra ed esclamò: “Lo confuto così.” Ma il calcio non confuta nulla, perché Berkeley non negava che la pietra si potesse toccare e facesse male. Negava solo che, dietro le percezioni, ci fosse qualcos’altro.
Fonti
- George Berkeley — Stanford Encyclopedia of Philosophy
- George Berkeley (1685—1753) — Internet Encyclopedia of Philosophy
- A Treatise Concerning the Principles of Human Knowledge — edizione 1734, trascrizione digitale a cura di David R. Wilkins, Trinity College Dublin