George Berkeley ha legato il suo nome a una tesi che a prima vista sembra assurda: non esiste la materia. Esistono soltanto le menti e le idee che esse percepiscono. Il celebre Samuel Johnson, secondo il suo biografo Boswell, credette di confutarlo dando un calcio a una grossa pietra: “lo confuto così”. Ma il calcio non confuta nulla. Berkeley non ha mai negato che le pietre siano dure. Ha negato che dietro la durezza, il colore, il peso ci sia una sostanza materiale che nessuno ha mai percepito.
Un irlandese tra Dublino e l’America
Berkeley nasce nel 1685 vicino a Kilkenny, in Irlanda, e studia al Trinity College di Dublino, dove legge Locke, Newton, Cartesio, Malebranche. Le sue opere filosofiche principali le scrive giovanissimo, prima dei trent’anni. Nel 1709 esce il Saggio per una nuova teoria della visione, nel 1710 il Trattato sui principi della conoscenza umana, nel 1713 i Tre dialoghi tra Hylas e Philonous, in cui le stesse tesi vengono esposte in forma più accessibile.
Poi la sua vita prende una piega inaspettata. Concepisce il progetto di fondare un collegio alle Bermuda per educare i figli dei coloni e i nativi americani. Ottiene una promessa di finanziamento dal governo britannico e nel 1728 parte per l’America. Si stabilisce a Newport, nel Rhode Island, in attesa dei fondi, che non arrivano mai. Dopo tre anni torna indietro. Una sua poesia scritta per quel progetto contiene il verso “verso occidente si dirige il corso dell’impero”: un secolo dopo, una città della California prenderà il suo nome, Berkeley.
Nel 1734 diventa vescovo di Cloyne, in Irlanda. Negli ultimi anni scrive un’opera curiosa, la Siris, che parte dalle virtù medicinali dell’acqua di catrame e arriva a riflessioni sulla catena degli esseri e su Dio. Muore a Oxford nel 1753.
Contro le idee astratte
Il punto di partenza di Berkeley è una critica a Locke. Locke sosteneva che la mente può formare idee astratte, per esempio l’idea generale di triangolo, che non è né rettangolo, né equilatero, né scaleno, ma tutti e nessuno di questi insieme. Berkeley risponde: provate a immaginarlo. Ogni triangolo che riusciamo a figurarci ha una forma precisa. Le idee astratte non esistono. Quando ragioniamo in generale, usiamo un’idea particolare come segno per tutte le altre dello stesso tipo.
È un passaggio importante, perché proprio l’idea astratta di “materia”, di una sostanza che esiste senza essere percepita, è secondo Berkeley l’astrazione più ingannevole di tutte.
Esse est percipi
La tesi centrale è riassunta in latino: esse est percipi, l’essere delle cose sensibili consiste nell’essere percepite. Che cosa intendo, chiede Berkeley, quando dico che il tavolo su cui scrivo esiste? Che lo vedo e lo tocco; e, se fossi fuori dallo studio, che potrei vederlo se ci entrassi. Un’esistenza assolutamente indipendente da ogni percezione è, per lui, una parola senza significato.
L’argomento passa anche per la distinzione lockiana tra qualità primarie e secondarie. Locke ammetteva che colori e sapori sono nella mente, ma riteneva che estensione e figura fossero nei corpi. Berkeley osserva che non riusciamo a immaginare un’estensione senza colore o senza qualche altra qualità sensibile. Se le qualità secondarie sono nella mente, lo sono anche le primarie.
Chi percepisce il mondo quando nessuno lo guarda?
L’obiezione più ovvia è: allora gli oggetti scompaiono quando smettiamo di guardarli? La risposta di Berkeley è che c’è sempre una mente che li percepisce: Dio. L’ordine regolare delle nostre percezioni, che non dipende dalla nostra volontà, è la prova della presenza di uno spirito infinito che le produce. Due famose strofette inglesi, scritte molto più tardi, hanno scherzato su questo punto: un albero nel cortile continua a esistere perché è osservato da Dio.
Per un’analisi più dettagliata degli argomenti e delle obiezioni si veda la pagina sull’idealismo di Berkeley.
Uno scettico contro lo scetticismo
Berkeley non si considerava affatto uno scettico. Al contrario: pensava che proprio la credenza nella materia aprisse la strada allo scetticismo. Se il mondo vero è fatto di sostanze materiali nascoste dietro le nostre idee, come possiamo sapere che le nostre idee gli somigliano? Eliminando la materia, il mondo che vediamo è il mondo reale. Le cose sono esattamente come appaiono.
Il suo empirismo radicale sarà ripreso e portato ancora oltre da Hume, che applicherà lo stesso tipo di critica alla sostanza spirituale e alla causalità. E la domanda su che cosa garantisca la corrispondenza tra le nostre esperienze e il mondo ritorna in forma moderna nell’esperimento del cervello in una vasca.