Filosofi

Locke

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20264 min di lettura

John Locke è uno di quei filosofi che si incontrano due volte a scuola: in filosofia, come padre dell’empirismo inglese, e in storia, come teorico dei diritti e del governo limitato. Le due facce sono legate. Nato a Wrington, nel Somerset, nel 1632, studiò a Oxford e si formò anche come medico. Morì a Oates, nell’Essex, nel 1704.

Medico, segretario, esule

La svolta della sua vita è l’incontro con Anthony Ashley Cooper, poi conte di Shaftesbury, di cui diventa medico e collaboratore. Lo segue nella politica attiva e, quando Shaftesbury cade in disgrazia, ne condivide i rischi. Nel 1683 Locke ripara in Olanda e vi resta fino al 1689, quando la “Gloriosa rivoluzione” porta sul trono Guglielmo d’Orange. Rientrato in Inghilterra, pubblica in pochi mesi le opere a cui lavorava da anni: il Saggio sull’intelletto umano, i Due trattati sul governo (anonimi) e la Lettera sulla tolleranza.

Il Saggio nasce da una scena che Locke stesso racconta nell’Epistola al lettore. Cinque o sei amici si riuniscono per discutere questioni morali e religiose e si trovano presto in un vicolo cieco. A Locke viene il sospetto che prima di tutto bisognasse esaminare le capacità del nostro intelletto, e vedere quali oggetti fossero alla sua portata.

Da dove vengono le idee

La prima mossa è polemica: non esistono principi innati. Se ci fossero, argomenta, li troveremmo nei bambini e negli “idioti”, e invece non c’è traccia di consenso universale nemmeno sul principio di non contraddizione. La mente all’inizio è come un foglio bianco, “white paper”, privo di caratteri. Tutto il materiale arriva dall’esperienza, in due modi: la sensazione, che ci dà colori, suoni, solidità; la riflessione, con cui la mente osserva le proprie operazioni, il pensare, il dubitare, il volere.

Qualità primarie e secondarie

Un esempio di Locke è rimasto famoso. Mettete una mano calda e una fredda nella stessa acqua tiepida: a una sembrerà fredda, all’altra calda. Il calore come lo sentiamo, dunque, non può stare nell’acqua. Locke distingue le qualità primarie, come estensione, figura, movimento, numero, che sono davvero nei corpi, dalle qualità secondarie, come colori, sapori, odori, che sono poteri dei corpi di produrre in noi certe sensazioni. È proprio questa distinzione che Berkeley attaccherà, portando l’empirismo verso l’immaterialismo.

Chi sono io?

Nel capitolo sull’identità personale (libro II, cap. 27) Locke immagina che l’anima di un principe, con tutta la sua coscienza, passi nel corpo di un ciabattino. Chi sarebbe quell’uomo? Per Locke sarebbe lo stesso principe, perché l’identità della persona dipende dalla coscienza e dalla memoria, non dalla sostanza. Il problema è ancora vivo, e si lega a quello della nave di Teseo.

Diritti, proprietà, resistenza

Il Secondo trattato sul governo descrive uno stato di natura diverso da quello di Hobbes. Gli uomini sono liberi e uguali, ma soggetti a una legge di natura che la ragione può conoscere: nessuno deve danneggiare altri nella vita, nella salute, nella libertà, nei beni. La proprietà nasce dal lavoro. Chi raccoglie ghiande sotto una quercia, scrive Locke, le rende sue mescolando a esse il proprio lavoro.

Lo Stato serve a proteggere questi diritti, con un giudice imparziale. Se il governo li viola, tradisce la fiducia ricevuta e il popolo ha diritto di resistere. Il confronto con Hobbes è inevitabile: lì il sovrano assoluto, qui un potere limitato e revocabile. La Lettera sulla tolleranza aggiunge che lo Stato non ha competenza sulla salvezza delle anime, anche se Locke escludeva dalla tolleranza gli atei e chi obbediva a un principe straniero.

Il Saggio sull’intelletto umano

Nel Saggio Locke affronta una domanda di fondo: da dove vengono le nostre idee e fin dove possiamo conoscere con affidabilità? Contro la tesi che alcuni principi siano innati, sostiene che i materiali del pensiero provengano dall’esperienza, attraverso sensazione e riflessione, cioè l’osservazione delle operazioni della mente. Non ne segue che la mente sia passiva o che tutte le conoscenze siano semplici impressioni: essa confronta, combina e astrae, formando idee complesse.

L’opera, pubblicata per la prima volta nel 1689 con la data 1690, è articolata in quattro libri. Il primo critica le nozioni innate; il secondo ricostruisce origine e varietà delle idee, distingue qualità primarie e secondarie e tratta anche identità personale; il terzo esamina le parole e gli abusi del linguaggio; il quarto definisce conoscenza, certezza e probabilità. Il filo conduttore non è dimostrare che tutto sia conoscibile, ma tracciare i limiti e i gradi dell’assenso: sapere, giudicare e credere non sono la stessa cosa.

Il Saggio è un testo decisivo dell’empirismo moderno e un’indagine sulle condizioni del pensare, del parlare e del discutere. La sua influenza si accompagna a questioni ancora aperte, per esempio il rapporto fra idee e realtà esterna e la portata effettiva della conoscenza umana. L’edizione italiana Laterza presenta una traduzione di Camillo Pellizzi riveduta da Grazia Farina sulla base dell’edizione critica di Peter H. Nidditch; non è quella riprodotta nel testo inglese libero qui collegato.

Testo integrale ed edizioni

È consultabile gratuitamente l’originale inglese in due volumi: Volume 1, Libri I–II e Volume 2, Libri III–IV. È il testo inglese, non una traduzione italiana; Project Gutenberg lo indica come pubblico dominio negli Stati Uniti. Per l’edizione italiana a stampa si veda la scheda del titolare/editore, Laterza.

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