Il 24 luglio 1929 Martin Heidegger tiene a Friburgo la sua prolusione da professore ordinario. Il titolo è una domanda: Che cos’è la metafisica? E per rispondere parla di una cosa che la scienza, per principio, lascia fuori: il niente.
La scienza e “nient’altro”
Heidegger parte dalle scienze. Il loro compito è occuparsi dell’ente, di ciò che c’è, e di nient’altro. Ma allora, osserva con un gioco serio sulle parole, che ne è di quel “niente” che le scienze rifiutano? La logica direbbe che non se ne può parlare: il niente è la negazione di tutto, e chi dice “il niente è…” si contraddice già.
Heidegger cerca un’altra strada. Non arriviamo al niente con un ragionamento, ma con uno stato d’animo: l’angoscia. Non è la paura, che ha sempre un oggetto preciso, un cane, un esame, una malattia. Nell’angoscia non si sa di che cosa si ha paura. Tutto scivola via, le cose perdono importanza, e noi stessi non troviamo appiglio. Dopo, diciamo: “non era niente”. Ed è proprio così, dice Heidegger: era il niente.
“Il niente nientifica”
È in questa conferenza che compare la frase più discussa: das Nichts selbst nichtet, il niente stesso nientifica. Il niente non è un oggetto, ma ciò che rende possibile l’apparire dell’ente come tale. Solo perché possiamo sporgerci nel niente ci stupiamo che ci sia qualcosa. La lezione si chiude con la vecchia domanda di Leibniz: perché c’è, in generale, l’ente e non piuttosto il niente?
Nel 1932 Rudolf Carnap prese proprio quella frase come esempio di pseudo-proposizione. Per lui era un errore logico: si tratta “niente” come un nome, quando è solo una negazione. Il confronto tra i due è diventato il simbolo della frattura tra filosofia analitica e continentale.