Filosofi

Martin Heidegger

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

Martin Heidegger è il filosofo più influente e più discusso del Novecento europeo. Influente, perché quasi tutta la filosofia continentale, dall’esistenzialismo all’ermeneutica alla decostruzione, ha dovuto fare i conti con lui. Discusso, perché nel 1933 aderì al partito nazionalsocialista e diventò rettore dell’università di Friburgo sotto il nuovo regime. Le due cose vanno tenute insieme, senza ridurre l’una all’altra.

Da Messkirch a Friburgo

Heidegger nasce nel 1889 a Messkirch, un piccolo centro della Germania sud-occidentale, figlio del sagrestano della chiesa cattolica. Sembra destinato al sacerdozio: entra brevemente nel noviziato dei gesuiti, poi studia teologia a Friburgo. Da ragazzo riceve in regalo la tesi di dottorato di Franz Brentano sui molteplici significati dell’essere in Aristotele. Racconterà che la domanda di quel libro, che cosa significa “essere”, lo accompagnò per tutta la vita.

Lascia la teologia per la filosofia e diventa assistente di Edmund Husserl, il fondatore della fenomenologia. Dal 1923 insegna a Marburgo, dove le sue lezioni attirano studenti come Hans-Georg Gadamer e Hannah Arendt, con la quale ha una relazione. Nel 1927 pubblica Essere e tempo, che lo rende famoso. L’anno dopo succede a Husserl sulla cattedra di Friburgo.

La domanda sull’essere

Essere e tempo si apre con una citazione dal Sofista di Platone, in cui lo Straniero confessa di non sapere più che cosa si intenda con la parola “essente”. Heidegger sostiene che la filosofia occidentale ha dimenticato questa domanda. Ha studiato gli enti, le cose che sono, e ha trattato l’essere come il concetto più generale e più vuoto, ovvio a tutti.

Per porre di nuovo la domanda bisogna partire da un ente particolare: quello che noi stessi siamo, l’unico per il quale nel suo essere ne va del suo essere. Heidegger lo chiama Dasein, “esserci”, evitando parole come “uomo”, “soggetto”, “coscienza”, che portano con sé teorie già pronte.

Il martello

Il Dasein non è una mente chiusa in sé che poi si chiede se esiste un mondo esterno. È fin da subito “essere-nel-mondo”. E il mondo non è un insieme di oggetti da osservare, ma un contesto di cose da usare. L’esempio più noto è il martello. Mentre martello, il martello quasi scompare: non lo guardo, lo uso, sono concentrato sul chiodo, sulla tavola, sul tetto da riparare. Il martello è “utilizzabile”. Diventa un oggetto da osservare, “semplicemente presente”, solo quando si rompe o è troppo pesante. La teoria, dice Heidegger, nasce da un’interruzione della pratica, non il contrario.

Il “si”

Nella vita quotidiana il Dasein vive per lo più nell’anonimato del “si”. Si fa così, si dice così, si pensa così. Leggiamo quello che si legge, giudichiamo come si giudica, ci indigniamo per ciò che indigna. Nessuno è responsabile, perché “si” fa. È la condizione dell’esistenza inautentica.

L’essere-per-la-morte

Che cosa può strappare il Dasein a questo anonimato? Heidegger risponde: la consapevolezza della propria morte. La morte è la possibilità più propria, perché nessuno può morire al posto mio; certa, ma indeterminata nel “quando”. Il “si” la tranquillizza: “si muore”, come un evento che riguarda sempre gli altri. Assumere la propria morte, “anticiparla”, significa invece cogliere l’esistenza come un tutto finito, e scegliere davvero le proprie possibilità.

Lo stato d’animo in cui questa consapevolezza si fa sentire è l’angoscia, che Heidegger, riprendendo Kierkegaard, distingue dalla paura: la paura ha un oggetto, l’angoscia no. Nella prolusione del 1929, Che cos’è la metafisica?, l’angoscia diventa il modo in cui ci si rivela il nulla. La pagina sul vuoto di Heidegger approfondisce questo tema.

Il rettorato e il silenzio

Nell’aprile 1933 Heidegger viene eletto rettore di Friburgo, e il mese dopo si iscrive al partito nazista. Nel discorso di insediamento parla dell’autoaffermazione dell’università tedesca. Si dimette dopo circa un anno, ma resta iscritto al partito fino al 1945. Dopo la guerra le autorità di occupazione gli vietano l’insegnamento fino al 1951. Heidegger non pronunciò mai una presa di distanza pubblica chiara. La pubblicazione, dal 2014, dei suoi Quaderni neri, che contengono passaggi antisemiti, ha riaperto il dibattito.

La svolta

Dopo Essere e tempo, che resta incompiuto, il pensiero di Heidegger cambia direzione: la cosiddetta “svolta”. Non parte più dall’analisi del Dasein, ma dalla storia dell’essere. Scrive del linguaggio, che chiama “la casa dell’essere”, della poesia di Hölderlin, dell’arte. Nella conferenza sulla tecnica (1953) sostiene che l’essenza della tecnica moderna non è qualcosa di tecnico: è un modo di svelare il mondo che lo riduce a risorsa disponibile, a “fondo” da sfruttare. Un fiume, per esempio, diventa solo un fornitore di energia per la centrale.

Heidegger muore a Friburgo nel 1976 ed è sepolto a Messkirch.