Chi è capace di pensare che Giovanni ama Maria è capace anche di pensare che Maria ama Giovanni. Non esiste nessuno che possa avere il primo pensiero e non il secondo. Sembra banale. Per il filosofo americano Jerry Fodor è un indizio importante su come è fatta la mente.
Il mentalese
Nel libro Il linguaggio del pensiero (1975) Fodor propone che pensare consista nel manipolare simboli in un linguaggio interno, che non è l’italiano né l’inglese. Lo chiamò, scherzosamente, “mentalese”. Come le frasi di una lingua, le rappresentazioni mentali hanno parti che si combinano secondo regole. “Giovanni”, “ama”, “Maria” sono come pezzi del Lego: chi ha i pezzi e sa come si incastrano può costruire tutte le combinazioni.
Questo spiega due caratteristiche del pensiero. La produttività: possiamo pensare un numero illimitato di pensieri nuovi, come possiamo formare frasi mai dette prima. E la sistematicità, quella dell’esempio iniziale. Fodor e Pylyshyn, nel 1988, ne fecero un argomento contro i modelli connessionisti, le reti neurali artificiali di allora, che secondo loro non riuscivano a spiegarla.
La mente come calcolatore
L’ipotesi si collega alla teoria computazionale della mente. Un computer esegue operazioni sui simboli in base alla loro forma, senza capire che cosa significhino; eppure, se il programma è fatto bene, le operazioni rispettano il loro significato. Il cervello, per Fodor, fa qualcosa di simile. È un modo di spiegare come stati mentali dotati di contenuto, come quelli di cui parlava Brentano, possano causare comportamenti.
La tesi ha anche una conseguenza audace. Per imparare il significato di una parola, sostiene Fodor, dobbiamo formulare ipotesi su ciò che significa, e per farlo dobbiamo già disporre di concetti in cui esprimerle. Molti concetti, quindi, sarebbero innati. Non tutti lo hanno seguito fin qui. E oggi, con il successo delle reti neurali, la discussione sul mentalese si è riaperta. Agli antipodi c’è la posizione di Ryle, che diffidava di ogni meccanismo nascosto dietro il comportamento.