Un visitatore straniero arriva a Oxford. Gli mostrano i college, le biblioteche, i laboratori, gli uffici amministrativi, i campi da gioco. Alla fine chiede: sì, ma l’università dov’è? Non ha capito che l’università non è un altro edificio accanto agli altri. È il modo in cui tutto ciò che ha visto è organizzato.
Un errore di categoria
L’esempio apre Il concetto di mente (1949) di Gilbert Ryle. Il visitatore ha commesso quello che Ryle chiama un errore di categoria: ha trattato una cosa come se appartenesse a un tipo logico a cui non appartiene. Un altro esempio del libro: uno spettatore a una partita di cricket riconosce il lanciatore, il battitore, i difensori, e poi chiede chi sia, tra loro, a giocare lo spirito di squadra.
Secondo Ryle la filosofia della mente moderna commette lo stesso errore da tre secoli. La colpa è della dottrina ufficiale, che lui fa risalire a Cartesio. Ogni persona avrebbe un corpo, nello spazio e soggetto alle leggi meccaniche, e una mente, fuori dallo spazio, che si osserva dall’interno. Ryle la chiama, con dichiarato disprezzo, il dogma del fantasma nella macchina.
La mente come modo di fare
Per Ryle “mente” non è il nome di una seconda cosa, nascosta dietro il comportamento. Quando diciamo che qualcuno è intelligente, non stiamo dicendo che dentro di lui avvengono operazioni invisibili prima che agisca. Diciamo che agisce in un certo modo: risolve problemi, si corregge, sa adattarsi. Il libro distingue tra “sapere che” e “sapere come”. Un bravo cuoco sa come si cucina anche se non sa enunciare le regole.
Molti stati mentali, per Ryle, sono disposizioni. Che il vetro sia fragile significa che, se colpito, si romperebbe. Allo stesso modo, credere che il ghiaccio sia sottile significa, tra l’altro, pattinare con prudenza e avvertire gli altri. Ai critici questa posizione è sembrata troppo vicina al comportamentismo; di fatto, ha cambiato il modo di discutere della mente.