Nel 1939, durante una conferenza alla British Academy, George Edward Moore alza una mano e dice: ecco una mano. Poi alza l’altra: ed ecco un’altra mano. Dunque esistono almeno due oggetti esterni, e quindi esiste un mondo esterno. La dimostrazione, sostiene Moore, è perfettamente rigorosa. Le premesse sono diverse dalla conclusione, lui sa che sono vere, e la conclusione ne segue.
Un’arma contro gli scettici
A molti sembrò uno scherzo. Ma Moore faceva sul serio. Già nel 1925, in Una difesa del senso comune, aveva elencato alcune proposizioni che sapeva con certezza: esiste un corpo umano che è il mio; è nato in un certo momento del passato; da allora è sempre stato sulla Terra o vicino a essa; esistono molti altri corpi umani. Banalità, verità che chiunque riconosce.
Il punto è il confronto. Lo scettico costruisce un argomento ingegnoso per concludere che non posso sapere di avere delle mani. Ma sono più sicuro di qualunque premessa dell’argomento scettico, o di avere delle mani? Per Moore la risposta è ovvia. Se un ragionamento filosofico porta a negare che io abbia delle mani, è il ragionamento a essere sbagliato da qualche parte, anche se non so ancora dove.
Sapere e non saperlo spiegare
Moore ammetteva di non saper spiegare come sapesse queste cose. Ma una cosa è sapere, un’altra è avere un’analisi corretta di come si sa. Il filosofo può discutere la seconda senza mettere in dubbio la prima.
Le sue mani alzate hanno avuto una lunga eredità. Wittgenstein ci ragionò sopra negli ultimi diciotto mesi di vita, e quegli appunti divennero Della certezza. Per lui proposizioni come “ecco una mano” non sono conoscenze che si possano dimostrare: sono il fondo su cui ogni dubbio e ogni dimostrazione si appoggiano.
Fonti
- George Edward Moore — (Stanford Encyclopedia of Philosophy)
- Moore, George Edward — (Internet Encyclopedia of Philosophy)