Nel 1939, davanti alla British Academy, un professore di Cambridge alza le mani e dice: ecco una mano, ed ecco un’altra mano. Dunque esistono almeno due oggetti esterni, e dunque esiste un mondo esterno. Il pubblico è composto da filosofi, che da secoli discutono se e come si possa dimostrare l’esistenza del mondo esterno. Qualcuno sorride. Ma George Edward Moore è serissimo. E l’argomento, apparentemente ingenuo, è ancora discusso.
Un filosofo del senso comune
Moore nasce a Londra nel 1873. A Cambridge, dove arriva per studiare lettere classiche, incontra Bertrand Russell, che lo convince a dedicarsi alla filosofia. Entra negli Apostoli, una società segreta di discussione molto esclusiva. Passerà quasi tutta la vita a Cambridge, dove insegnerà fino al 1939, e dirigerà a lungo la rivista Mind. Muore nel 1958.
All’inizio, come Russell, è attratto dall’idealismo britannico, allora dominante. Poi se ne allontana. Nel 1903 pubblica un articolo dal titolo battagliero, Confutazione dell’idealismo, in cui sostiene che l’atto di percepire qualcosa e la cosa percepita sono distinti: il blu che vedo non è la mia sensazione di blu. Con Russell, Moore è considerato uno dei padri della filosofia analitica.
Principia Ethica
Lo stesso anno esce il suo libro più famoso, Principia Ethica. La domanda centrale è che cosa significhi “buono”. La risposta di Moore è sorprendente: “buono” è indefinibile. È una qualità semplice, come il giallo. Non si può spiegare a chi non lo ha mai visto che cosa sia il giallo; si può soltanto indicarglielo. Allo stesso modo, il bene si riconosce, ma non si riduce ad altro.
La fallacia naturalistica
Molti filosofi, sostiene Moore, hanno commesso lo stesso errore: hanno identificato il bene con qualche proprietà naturale, il piacere, ciò che è desiderato, ciò che favorisce l’evoluzione. Moore chiama questo errore “fallacia naturalistica”. Il suo argomento è noto come “argomento della domanda aperta”. Supponiamo di definire il bene come “ciò che dà piacere”. Allora la domanda “ciò che dà piacere è buono?” dovrebbe essere banale, come chiedere “uno scapolo è un uomo non sposato?”. Ma non lo è: la domanda resta aperta, ha senso discuterla. Dunque “buono” e “piacevole” non significano la stessa cosa.
L’argomento ha avuto un’influenza enorme sulla metaetica del Novecento. Ricorda, per certi aspetti, l’osservazione di Hume sul passaggio dall’”è” al “deve”.
L’ideale di Bloomsbury
L’ultimo capitolo dei Principia Ethica descrive i beni più grandi che conosciamo: i piaceri dei rapporti umani e il godimento degli oggetti belli. Queste pagine entusiasmarono un gruppo di giovani amici di Cambridge e di Londra, tra cui l’economista John Maynard Keynes, la scrittrice Virginia Woolf e il critico Lytton Strachey: il cosiddetto gruppo di Bloomsbury. Keynes ricorderà molti anni dopo l’effetto quasi religioso che il libro ebbe su di loro.
In difesa del senso comune
Nel 1925 Moore pubblica un saggio intitolato In difesa del senso comune. Elenca una serie di proposizioni che sa con certezza essere vere: che esiste un corpo che è il suo, che è nato in un certo momento, che la Terra esisteva molti anni prima della sua nascita, che ci sono altri esseri umani. Molti filosofi hanno sostenuto teorie incompatibili con queste verità, per esempio che il tempo non è reale. Moore non dice che questi filosofi sono stupidi. Dice che le loro premesse non possono essere più certe delle proposizioni del senso comune che contraddicono.
La logica è semplice. Se un argomento filosofico porta alla conclusione che non ho mani, è più ragionevole dubitare di una delle premesse che dubitare di avere le mani. La pagina sul buon senso di Moore analizza questa strategia e le obiezioni che ha ricevuto.
Il paradosso di Moore
Moore ha dato il nome anche a un piccolo rompicapo. Provate a dire: “piove, ma non credo che piova”. La frase non è contraddittoria: può benissimo essere vero che piove e che io non lo creda. Eppure, detta in prima persona, suona assurda. Perché? Wittgenstein considerava questa osservazione la cosa più importante che Moore avesse scoperto. Negli ultimi anni di vita, proprio riflettendo sugli argomenti di Moore, Wittgenstein scrisse le note poi pubblicate con il titolo Della certezza.
Lo stile di Moore è lento, meticoloso, a volte esasperante: si ferma su ogni parola, chiede sempre “che cosa intendi esattamente?”. Ma questa pazienza è il suo insegnamento principale.