Immagina un tuo gemello, identico a te atomo per atomo. Si comporta come te, parla come te, dice di avere mal di denti quando lo hai tu e ride delle stesse barzellette. Ma dentro è buio. Non prova nulla. Nessun dolore, nessun colore, nessun sapore: solo meccanismi che funzionano. Nel gergo dei filosofi della mente, è uno zombi.
Il problema difficile
L’esperimento mentale è legato soprattutto al filosofo australiano David Chalmers e al suo libro La mente cosciente (1996). Due anni prima, a un convegno a Tucson, Chalmers aveva distinto i problemi “facili” della coscienza da quello “difficile”. I facili, si fa per dire, riguardano funzioni: come il cervello distingue gli stimoli, integra informazioni, controlla il comportamento. Il difficile è un altro: perché tutto questo è accompagnato da un’esperienza? Perché c’è qualcosa che si prova a vedere il rosso?
L’argomento
Lo zombi serve a rispondere. Se riusciamo a concepire un mondo fisicamente identico al nostro ma senza coscienza, allora quel mondo è possibile. Ma se è possibile, la coscienza non è determinata solo dai fatti fisici: è qualcosa in più. Il fisicalismo, la tesi per cui tutto ciò che esiste è fisico, sarebbe falso.
Il passaggio più contestato è il primo, da “concepibile” a “possibile”. Chi immaginava l’acqua senza l’idrogeno, prima che si scoprisse che l’acqua è H2O, concepiva qualcosa che si è rivelato impossibile. Forse con la coscienza vale lo stesso. Daniel Dennett ha sostenuto che gli zombi non sono neppure davvero concepibili: chi crede di immaginarli non ha pensato fino in fondo a che cosa significhi un duplicato perfetto. Il dibattito ricorda per molti versi quello aperto da Cartesio sul rapporto mente-corpo, rovesciato però da Ryle: qui il rischio è una macchina senza alcun fantasma dentro.