Filosofi

Voltaire

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

La frase più famosa attribuita a Voltaire, “non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”, non l’ha mai scritta lui. È una sintesi inventata nel 1906 da una sua biografa inglese, Evelyn Beatrice Hall, per riassumere il suo atteggiamento. Il fatto che sia diventata la citazione voltairiana per eccellenza dice comunque qualcosa: Voltaire è rimasto nella memoria collettiva come il simbolo della lotta per la tolleranza. Ed è un’immagine meritata, anche se un po’ semplificata.

Arouet diventa Voltaire

François-Marie Arouet nasce a Parigi nel 1694, figlio di un notaio. Studia dai gesuiti, che gli danno una solida formazione classica. A vent’anni è già noto per l’ingegno e per la lingua tagliente. Alcuni versi satirici contro il reggente gli costano, nel 1717, quasi un anno alla Bastiglia. Ne esce con un nuovo nome, Voltaire, e con una tragedia, Edipo, che ottiene un grande successo.

Nel 1726 un aristocratico, il cavaliere di Rohan, lo fa bastonare dai suoi servi dopo un battibecco. Voltaire vuole sfidarlo a duello; per tutta risposta finisce di nuovo alla Bastiglia e poi in esilio in Inghilterra. È un’esperienza che lo segna profondamente.

Le Lettere inglesi

In Inghilterra Voltaire scopre una società diversa: la tolleranza religiosa, la libertà di stampa, il rispetto per i commercianti e per gli scienziati. Assiste al funerale di Newton, sepolto a Westminster con onori da re. Racconta tutto nelle Lettere filosofiche, pubblicate nel 1734.

Il libro è costruito come un confronto implicito con la Francia. Parla dei quaccheri, della Borsa di Londra, dove l’ebreo, il maomettano e il cristiano trattano l’uno con l’altro come se fossero della stessa religione e chiamano infedele solo chi fa bancarotta. Parla di Locke e di Newton, dell’inoculazione contro il vaiolo, della Camera dei Comuni. L’ultima lettera discute i Pensieri di Pascal, difendendo l’uomo dalla visione pessimistica del giansenista. Il Parlamento di Parigi condanna il libro a essere bruciato.

Voltaire si rifugia a Cirey, nel castello della marchesa Émilie du Châtelet, matematica e fisica di grande talento, che tradurrà in francese i Principia di Newton. Con lei vive per quindici anni.

Candido e il terremoto

Il primo novembre 1755 un terremoto distrugge Lisbona, uccidendo decine di migliaia di persone, molte delle quali raccolte nelle chiese per la festa di Ognissanti. Voltaire scrive un poema che mette in discussione l’ottimismo filosofico: come si può dire che tutto è bene di fronte a un bambino schiacciato sul seno della madre?

Quattro anni dopo pubblica Candido, ovvero l’ottimismo. Il giovane protagonista attraversa guerre, naufragi, terremoti, roghi dell’Inquisizione, accompagnato dal precettore Pangloss, che continua a ripetere che tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili. La parodia colpisce Leibniz e i suoi seguaci, in modo più efficace che giusto. Il finale è celebre: dopo tante peripezie, Candido conclude che bisogna coltivare il nostro giardino. Non è una rinuncia. È l’invito a smettere di cercare giustificazioni metafisiche del male e a lavorare, concretamente, per ridurlo.

Il caso Calas

Il momento in cui Voltaire diventa davvero l’intellettuale engagé che conosciamo è il 1762. A Tolosa, il commerciante protestante Jean Calas viene accusato di aver ucciso il figlio per impedirgli di convertirsi al cattolicesimo. Le prove sono inconsistenti; il figlio si era quasi certamente tolto la vita. Calas viene comunque torturato e messo a morte sulla ruota, proclamandosi innocente fino all’ultimo.

Voltaire, ormai sessantottenne e stabilito a Ferney, vicino al confine svizzero, si convince dell’innocenza di Calas e conduce una campagna per anni. Scrive lettere, mobilita amici, pubblica il Trattato sulla tolleranza (1763). Nel 1765 Calas viene riabilitato. Il motto di quegli anni, con cui Voltaire chiudeva molte lettere, è “écrasez l’infâme“, schiacciate l’infame: il fanatismo religioso e la superstizione.

Un deista

Voltaire non era ateo. Credeva in un Dio creatore e ordinatore, un grande orologiaio, ma rifiutava i dogmi, i miracoli e le Chiese. Pensava anche che la fede in un Dio che punisce e premia fosse utile all’ordine sociale; in una sua epistola scrisse che se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo. Diffidava dell’ateismo, e anche di Rousseau, con cui ebbe una rivalità feroce.

Nel 1778, a ottantatré anni, torna a Parigi per assistere alla rappresentazione della sua ultima tragedia. È accolto come un trionfatore. Muore pochi mesi dopo. Nel 1791 la Rivoluzione trasferisce le sue spoglie al Panthéon.