Filosofi

Parmenide

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

Di Parmenide ci restano circa centocinquanta versi. Bastano a fare di lui uno dei pensatori più influenti della filosofia antica, e forse il più difficile da insegnare. Nato a Elea, colonia greca sulla costa del Cilento, visse tra la fine del VI e la metà del V secolo a.C. Platone, nel dialogo che porta il suo nome, lo immagina ad Atene ormai anziano, intorno ai sessantacinque anni, insieme al discepolo Zenone, mentre discute con un Socrate giovanissimo. Che l’incontro sia storico o no, la cronologia indicativa viene da lì.

Un poema, non un trattato

Parmenide scrisse in esametri, il verso di Omero ed Esiodo. Il titolo tramandato, Sulla natura, è probabilmente tardo. Il testo non ci è arrivato intero: lo leggiamo attraverso le citazioni di autori successivi. Il proemio lo conserva Sesto Empirico; la parte più lunga sull’essere, il cosiddetto frammento 8, la dobbiamo soprattutto a Simplicio, commentatore di Aristotele del VI secolo d.C., che lo trascrisse proprio perché il libro stava diventando raro.

Il proemio è un racconto. Un giovane viaggia su un carro trainato da cavalle, guidato dalle figlie del Sole, fino alla porta delle vie della Notte e del Giorno. La custodisce Dike, la Giustizia. Oltre la porta una dea lo accoglie e gli promette di insegnargli tutto: il cuore della verità ben rotonda e le opinioni dei mortali, in cui non c’è vera certezza.

Le due vie

La dea indica due sole vie di ricerca pensabili. La prima: che “è” e che non è possibile che non sia. La seconda: che “non è” e che è necessario che non sia. Quest’ultima, dice, è un sentiero del tutto inindagabile, perché ciò che non è non lo si può né conoscere né esprimere. Segue una frase brevissima che ha prodotto biblioteche di commenti: “lo stesso è pensare ed essere”.

Che cosa sia il soggetto di quell’”è” Parmenide non lo dice. Proprio questa assenza ha fatto discutere. Alcuni interpreti lo leggono come l’essere in generale, altri come qualunque cosa possa essere oggetto di ricerca, altri ancora come un uso predicativo o veritativo del verbo. In classe conviene tenere aperta la domanda, piuttosto che chiuderla con una parafrasi troppo comoda.

I segni dell’essere

Il frammento 8 elenca i “segni” che si trovano sulla via della verità. L’essere è ingenerato e imperituro: se nascesse, dovrebbe venire dal non essere, che è impensabile. È tutto intero, unico, immobile, senza fine nel tempo. Non è divisibile, perché non c’è nulla di “più” o di “meno” essere che possa separarne le parti. Ed è compiuto, simile alla massa di una sfera ben rotonda, uguale da ogni parte rispetto al centro.

Ne seguono conseguenze radicali. Nascita, morte, cambiamento, movimento sono per Parmenide nomi che i mortali hanno posto, convinti che fossero veri. I sensi ci mostrano un mondo che diviene, ma la ragione, il logos, costringe a negarlo. La dea esorta: giudica con la ragione la prova molto discussa che ti ho dato, non lasciarti guidare dall’occhio che non vede e dall’orecchio che rimbomba.

E l’opinione?

La seconda parte del poema, molto più frammentaria, espone una cosmologia: luce e notte come principi, la Luna che brilla di luce non sua, la Terra al centro. Perché la dea la racconta, se è falsa? Le risposte divergono. Forse è la migliore versione possibile dell’errore umano, presentata perché nessun mortale possa superare il giovane in sapere. Forse descrive il mondo come appare, a cui anche chi conosce la verità deve rapportarsi.

Una lunga eredità

Dopo Parmenide nessun filosofo della natura poté ignorare il divieto di far nascere qualcosa dal nulla. Empedocle, Anassagora e gli atomisti ammettono principi eterni e spiegano il cambiamento come mescolanza e separazione. Il confronto con Eraclito, maestro del divenire, è diventato quasi un luogo comune dei manuali, anche se non sappiamo se i due si leggessero davvero.

Platone gli rende omaggio e insieme lo contraddice. Nel Sofista lo Straniero di Elea dice di dover commettere una sorta di parricidio: mettere le mani sul ragionamento del “padre Parmenide” e mostrare che in un certo senso il non essere è. Nel Novecento il nome di Parmenide torna al centro dell’opera di Emanuele Severino, che fa del “ritorno a Parmenide” il punto di partenza della sua critica del nichilismo occidentale.