Filosofi

Pitagora

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

Quasi tutto quello che sappiamo di Pitagora è incerto, e il paradosso è che il suo nome è tra i più noti dell’antichità. Ogni studente lo associa a un teorema; pochi sanno che probabilmente non lo dimostrò lui e che i babilonesi conoscevano terne come 3, 4, 5 più di mille anni prima. Non si conserva alcuno scritto autentico del filosofo. Per ricostruirne la figura ci si affida a testimonianze di Erodoto, Aristotele, Giamblico e ai Versi aurei, un testo tardo. Le fonti sono in gran parte indirette e, quelle più ricche, lontane secoli dai fatti. Distinguere il Pitagora storico dalle dottrine sviluppate dai pitagorici è il primo compito di chi lo studia.

Da Samo a Crotone

Pitagora nasce a Samo, nell’Egeo orientale, intorno al 570 a.C. Verso il 530, forse per sottrarsi alla tirannide di Policrate, si trasferisce a Crotone, in Magna Grecia. Lì fonda una comunità che è insieme scuola filosofica, confraternita religiosa e gruppo politico. I suoi membri condividono regole di vita, alcuni anche i beni. Un’ostilità crescente in città porta a disordini contro i pitagorici; Pitagora, secondo la tradizione, si sposta a Metaponto, dove muore.

La comunità non era aperta a tutti. Le fonti tarde distinguono gli “acusmatici”, che ascoltavano e seguivano i precetti, dai “matematici”, che si occupavano della parte più teorica. Gli acusmata erano massime brevi, spesso enigmatiche: astenersi dalle fave, non raccogliere ciò che cade dalla tavola, non attizzare il fuoco con il coltello. Già nell’antichità si discuteva se andassero prese alla lettera o come simboli. Il divieto delle fave, per esempio, riceveva spiegazioni diversissime, mediche, religiose, perfino politiche, visto che nelle città greche si votava anche con le fave. Il silenzio richiesto ai nuovi arrivati e la formula “lo ha detto lui” (autòs épha), con cui i discepoli citavano il maestro, mostrano quanto contasse l’autorità del fondatore.

L’anima che migra

Una delle poche dottrine che si possono attribuire con buona sicurezza a Pitagora stesso è la trasmigrazione delle anime. La testimonianza più antica è una battuta del poeta Senofane, suo contemporaneo. Pitagora, passando accanto a un cagnolino bastonato, avrebbe detto: smetti di picchiarlo, è l’anima di un amico, l’ho riconosciuta dalla voce. È una presa in giro, ma conferma che la dottrina gli veniva associata già in vita. Collegata a essa c’era probabilmente un’attenzione particolare per la purificazione e per il modo di vivere, il “modo di vita pitagorico” di cui parla anche Platone nella Repubblica.

Tutto è numero

Aristotele, che scrive circa due secoli dopo, parla prudentemente dei “cosiddetti pitagorici” e attribuisce loro l’idea che i principi dei numeri siano i principi di tutte le cose. Per capire perché questa tesi potesse sembrare plausibile, l’esempio migliore è la musica. Su una corda tesa, dimezzando la lunghezza si ottiene l’ottava (rapporto 2:1); con i due terzi la quinta (3:2); con i tre quarti la quarta (4:3). Un’esperienza che coinvolge l’orecchio e l’emozione risulta governata da rapporti tra i numeri più semplici.

I numeri 1, 2, 3, 4 sommati danno 10: è la tetraktys, rappresentata come un triangolo di dieci punti, su cui i pitagorici, si diceva, prestavano giuramento. Ne deriva l’idea del cosmo come ordine armonico. La “musica delle sfere”, che noi non udiremmo perché ci siamo abituati fin dalla nascita, è un’elaborazione successiva della scuola.

Una crisi annunciata

La scoperta che la diagonale di un quadrato non è commensurabile con il lato, cioè che il loro rapporto non si esprime con due numeri interi, mise in difficoltà l’idea di un mondo fatto di rapporti numerici. Una leggenda attribuisce la divulgazione del segreto a Ippaso di Metaponto, morto in mare per punizione. È appunto una leggenda; il problema matematico, invece, era reale.

I pitagorici dopo Pitagora

Filolao, nel V secolo, è il primo pitagorico di cui abbiamo frammenti con buone probabilità autentici. Propone un cosmo in cui la Terra non sta al centro, ma ruota intorno a un fuoco centrale. Archita di Taranto, matematico e uomo politico, fu amico di Platone, che nel Timeo e altrove mostra un debito evidente verso la tradizione pitagorica.

Non tutti furono ammiratori. Eraclito lo accusò di molta erudizione e poca intelligenza. E la filosofia eleatica di Parmenide, nata anch’essa in Magna Grecia, sembra in parte rispondere al dualismo pitagorico di limite e illimitato.