Gottfried Wilhelm Leibniz scriveva su tutto e a tutti. Ci ha lasciato circa quindicimila lettere con più di mille corrispondenti e una montagna di manoscritti, molti dei quali ancora in corso di pubblicazione. Fu filosofo, matematico, giurista, diplomatico, storico, ingegnere minerario, bibliotecario. Inventò il calcolo infinitesimale, costruì una calcolatrice meccanica, studiò il sistema binario. Eppure in vita pubblicò un solo libro di filosofia di una certa ampiezza, i Saggi di Teodicea. Il resto è sparso in articoli, lettere, brevi trattati.
Da Lipsia a Hannover
Nasce a Lipsia nel 1646, figlio di un professore di filosofia morale. Da ragazzo ha libero accesso alla biblioteca del padre, morto quando lui ha sei anni, e impara il latino quasi da solo. A vent’anni si laurea in diritto all’università di Altdorf, che gli offre subito una cattedra. Rifiuta: preferisce il servizio presso le corti.
Gli anni decisivi sono quelli di Parigi, dal 1672 al 1676, dove si trova per una missione diplomatica. Lì incontra Christiaan Huygens, che lo introduce alla matematica più avanzata. Nel 1675 elabora il calcolo differenziale. Newton era arrivato a risultati simili, indipendentemente, qualche anno prima, ma non li aveva pubblicati. Ne nascerà una disputa di priorità tra i due e i loro seguaci che avvelenerà gli ultimi anni di Leibniz. La notazione che si usa ancora oggi, con dx e il simbolo dell’integrale, è la sua.
Sulla via del ritorno passa per l’Olanda e incontra Spinoza, all’Aia. Poi si stabilisce a Hannover, al servizio dei duchi di Brunswick, come bibliotecario e storico della dinastia. Promuove la fondazione dell’Accademia delle scienze di Berlino, di cui diventa il primo presidente nel 1700. Muore a Hannover nel 1716, quasi dimenticato dalla corte: secondo un racconto dell’epoca, al funerale lo accompagnò quasi soltanto il suo segretario.
Due grandi principi
La filosofia di Leibniz si regge su due principi. Il primo è quello di non contraddizione: è falso ciò che implica contraddizione. Su questo si fondano le verità di ragione, come quelle della matematica, il cui contrario è impossibile. Il secondo è il principio di ragion sufficiente: nulla accade senza che vi sia una ragione per cui accade così e non altrimenti. Su questo si fondano le verità di fatto, come “Cesare ha attraversato il Rubicone”, il cui contrario è possibile ma non si è realizzato.
Due foglie identiche
Da qui segue un altro principio, quello dell’identità degli indiscernibili: non possono esistere due cose perfettamente identiche, perché Dio non avrebbe alcuna ragione per mettere l’una qui e l’altra là. Leibniz racconta di aver discusso la questione con un gentiluomo nei giardini di Herrenhausen, alla presenza della principessa Sofia. Il gentiluomo era convinto di poter trovare due foglie perfettamente uguali. Le cercò a lungo, senza riuscirci.
Le monadi
Nella Monadologia (1714) Leibniz espone in novanta paragrafi la sua metafisica. La realtà ultima è fatta di sostanze semplici, le monadi: unità senza parti, senza estensione, che non nascono e non periscono naturalmente. Ogni monade è come uno specchio vivente dell’universo intero, ma da un suo punto di vista particolare, più o meno chiaro. Le monadi, scrive, non hanno finestre, attraverso le quali qualcosa possa entrare o uscire.
Per sostenere che la percezione non può essere spiegata meccanicamente, Leibniz propone un esperimento mentale che i filosofi della mente citano ancora. Immaginiamo una macchina che pensa, ingrandita fino a poterci entrare come in un mulino. Visitandola troveremmo solo pezzi che si spingono a vicenda, e mai qualcosa che spieghi una percezione. Il problema è lo stesso discusso nella pagina sugli zombi di Chalmers.
L’armonia prestabilita
Se le monadi non comunicano, come mai l’anima e il corpo sembrano agire l’una sull’altro? Leibniz usa il paragone di due orologi che segnano sempre la stessa ora. Si può pensare che si influenzino; o che un artigiano li rimetta continuamente d’accordo; oppure che siano stati costruiti così bene fin dall’inizio da procedere sempre insieme. È questa la sua soluzione: un’armonia prestabilita da Dio.
Il migliore dei mondi possibili
Nella Teodicea (1710) Leibniz affronta il problema del male. Dio, sommamente buono e sapiente, tra tutti i mondi possibili ha scelto il migliore. Non un mondo senza male, ma quello in cui il bene complessivo è il massimo possibile, anche se alcune parti, prese da sole, sembrano cattive. Voltaire ne farà la parodia nel Candido, con il precettore Pangloss che, mentre attorno a lui accadono catastrofi, continua a ripetere che tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili. La parodia è efficace, ma non rende giustizia all’argomento.
Leibniz discusse a lungo anche con Locke, a cui dedicò i Nuovi saggi sull’intelletto umano: alla massima empirista secondo cui nulla è nell’intelletto che prima non sia stato nei sensi, aggiunse “se non l’intelletto stesso”.