Nell’estate del 1749 Jean-Jacques Rousseau cammina da Parigi verso il castello di Vincennes, dove l’amico Diderot è imprigionato. Sfogliando il Mercure de France legge il quesito proposto dall’Accademia di Digione: il progresso delle scienze e delle arti ha contribuito a corrompere o a migliorare i costumi? Nelle Confessioni racconterà quel momento come un’illuminazione, quasi una vertigine. Rispose che le arti e le scienze avevano corrotto gli uomini, e vinse il premio. Era l’inizio di una carriera che avrebbe scosso il secolo dei Lumi dall’interno.
Un ginevrino irrequieto
Nato a Ginevra nel 1712, orfano di madre pochi giorni dopo la nascita, Rousseau lascia la città a sedici anni e conduce per anni una vita girovaga: Savoia, Torino, la casa di Madame de Warens. A Parigi lavora come copista di musica, scrive voci per l’Enciclopedia, compone un’opera. Il successo arriva con il primo Discorso (1750), seguito dal Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini (1755).
Il 1762 è l’anno decisivo e il più pericoloso: escono l’Emilio e il Contratto sociale. Il Parlamento di Parigi condanna l’Emilio, Ginevra condanna entrambi i libri. Rousseau fugge, passa per la Svizzera, l’Inghilterra (ospite di Hume, con cui finirà per litigare), di nuovo la Francia. Muore a Ermenonville nel 1778.
L’uomo naturale
Il secondo Discorso costruisce uno stato di natura molto diverso da quello di Hobbes. L’uomo naturale è solitario, ha pochi bisogni, è guidato dall’amore di sé, cioè dall’istinto di conservazione, e dalla pietà, la ripugnanza a veder soffrire un altro essere sensibile. Non è né buono né cattivo in senso morale, ma non è il lupo hobbesiano. Hobbes, secondo Rousseau, ha attribuito all’uomo di natura passioni che solo la società ha prodotto.
Il primo recinto
La svolta arriva con la proprietà. La seconda parte del Discorso si apre con una pagina celebre: il primo che, avendo recintato un terreno, pensò di dire “questo è mio” e trovò persone abbastanza ingenue da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Da lì, disuguaglianza, dipendenza reciproca, amour-propre, cioè il bisogno di essere visti e stimati più degli altri. Si capisce perché Voltaire, ricevuto il libro, rispondesse ironicamente che leggendolo veniva voglia di camminare a quattro zampe.
Educare un uomo
L’Emilio è un romanzo pedagogico. Un precettore segue il ragazzo dalla nascita all’età adulta, proteggendolo dalle cattive influenze e lasciando che impari soprattutto dalle cose e dall’esperienza. Niente libri fino a una certa età, con un’eccezione: Robinson Crusoe. Il quarto libro contiene la Professione di fede del vicario savoiardo, una religione del cuore senza dogmi né Chiesa, ed è soprattutto per queste pagine che il libro fu bruciato.
C’è anche un lato che oggi colpisce: l’educazione di Sofia, la futura compagna di Emilio, è pensata tutta in funzione dell’uomo. Mary Wollstonecraft attaccherà proprio questo punto nella sua Rivendicazione dei diritti della donna.
Libertà e volontà generale
Il Contratto sociale si apre con una frase che è diventata un manifesto: l’uomo è nato libero, e ovunque è in catene. Rousseau non promette di spiegare come sia accaduto, ma di mostrare che cosa possa rendere legittimo questo cambiamento. La risposta è un patto in cui ciascuno si dà a tutti e, dandosi a tutti, non si dà a nessuno. Obbedire alla legge che ci si è prescritta è libertà.
È qui che il confronto con Hobbes e Locke diventa interessante: per Rousseau la sovranità non si rappresenta e non si trasferisce. Il popolo inglese, scrive, crede di essere libero, ma lo è solo durante l’elezione dei membri del Parlamento.
Il Contratto sociale
Pubblicato nel 1762 con il titolo Du contrat social ou Principes du droit politique, il trattato di Rousseau pone una domanda ancora centrale: come può l’autorità politica proteggere le persone e rendere possibile la vita comune senza cancellare la libertà di ciascuno? Il testo deriva da un progetto più ampio sulle istituzioni politiche, rimasto incompiuto; non è un resoconto storico di un contratto realmente stipulato, ma un’indagine normativa sulle condizioni di un potere legittimo.
Nei quattro libri Rousseau parte dall’atto di associazione e dal corpo politico, quindi esamina sovranità e legislazione, le forme di governo e, infine, istituzioni e pratiche attraverso cui la comunità decide e si mantiene. Il patto non consegna la sovranità a un governante: costituisce un popolo di cittadini, ciascuno insieme parte del sovrano e soggetto alle leggi. La volontà generale indica l’orientamento al bene comune, da distinguere dalla semplice somma delle preferenze private; la legge, per essere legittima, deve avere portata generale. Governo ed esecutivo sono distinti dal potere sovrano del popolo.
La proposta lega libertà politica, uguaglianza e partecipazione, ma lascia questioni discusse: come riconoscere l’interesse comune e tutelare il dissenso? Per questo il libro è utile non come manuale di democrazia contemporanea, bensì come strumento per interrogare sovranità, cittadinanza e limiti dell’obbedienza. La versione collegata è una traduzione italiana storica, tratta da un’edizione del 1862, con traduttore non indicato nei metadati digitali.
Il testo integrale
È disponibile il testo integrale in italiano nell’edizione veneziana del 1862, digitalizzata da Liber Liber. Si tratta di una traduzione storica: il file non indica il traduttore. Per consultare l’edizione originale in francese del 1762, è disponibile il facsimile su Internet Archive.
Per approfondire
- Bibliothèque nationale de France, Du Contrat social: contesto editoriale, genesi, contenuti e ricezione.
- Stanford Encyclopedia of Philosophy, “Jean-Jacques Rousseau”: approfondimento accademico sulla libertà politica e sulle interpretazioni della volontà generale.
- DISF, “Il contratto sociale”: guida italiana ai quattro libri, ai concetti principali e ai nodi interpretativi.