Filosofi

Pascal

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

Nella fodera del vestito di Blaise Pascal, dopo la sua morte, un servitore trovò un foglietto cucito con cura. Pascal lo aveva portato con sé per otto anni, trasferendolo da un abito all’altro. Era il racconto di un’esperienza vissuta la notte del 23 novembre 1654, più o meno dalle dieci e mezza a mezzanotte e mezza. Comincia con una parola scritta in maiuscolo: “FUOCO”. Poi: “Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, non dei filosofi e dei sapienti”. Lo chiamiamo il Memoriale. Per capire Pascal bisogna tenere insieme quel foglietto e il fatto che lo scrisse uno dei più grandi matematici del suo secolo.

Un genio precoce

Pascal nasce a Clermont, in Alvernia, nel 1623. La madre muore quando lui ha tre anni. Il padre, Étienne, alto funzionario e uomo di scienza, decide di educare personalmente i figli. Secondo la sorella Gilberte, il piccolo Blaise avrebbe riscoperto da solo, senza libri, una parte della geometria di Euclide. A sedici anni scrive un saggio sulle coniche che stupisce i matematici di Parigi.

A diciannove anni, per aiutare il padre nei calcoli delle tasse, inventa una macchina calcolatrice meccanica, la pascalina, capace di fare addizioni e sottrazioni. Più tardi studia il vuoto: nel 1648 fa eseguire dal cognato un esperimento sul Puy de Dôme, mostrando che la colonna di mercurio in un tubo si abbassa salendo in montagna, perché diminuisce la pressione dell’aria. E con Fermat, in una serie di lettere del 1654, pone le basi del calcolo delle probabilità, partendo da un problema di gioco d’azzardo: come dividere la posta se una partita viene interrotta prima della fine?

Port-Royal e le Provinciali

Dopo la notte del Memoriale Pascal si avvicina all’abbazia di Port-Royal, centro del giansenismo, un movimento cattolico rigoroso che insisteva sulla corruzione della natura umana dopo il peccato originale e sulla necessità della grazia. Port-Royal era sotto attacco, soprattutto da parte dei gesuiti.

Pascal entra nella polemica con diciotto lettere anonime, le Provinciali (1656-1657). Sono un capolavoro di ironia. Il narratore finge di essere un ingenuo che va a farsi spiegare dai casuisti gesuiti come si risolvono i casi di coscienza, e scopre che, con le giuste distinzioni, quasi tutto diventa lecito. Le lettere ebbero un successo enorme e furono condannate a Roma.

I Pensieri

Negli ultimi anni Pascal lavora a un’apologia del cristianesimo, destinata a chi non crede. Non la completa. Muore nel 1662, a trentanove anni, dopo una lunga malattia. Restano centinaia di frammenti, alcuni elaborati, altri appena abbozzati, pubblicati nel 1670 con il titolo di Pensieri. L’ordine in cui leggerli è ancora oggi oggetto di discussione tra gli studiosi.

La canna pensante

L’uomo, scrive Pascal, non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non serve che l’universo intero si armi per schiacciarlo: basta un vapore, una goccia d’acqua. Ma anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe più nobile di ciò che lo uccide, perché sa di morire, e l’universo non sa nulla. Tutta la nostra dignità consiste nel pensiero.

È questa la condizione umana per Pascal: sospesi tra due infiniti, l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, incapaci di conoscere davvero né l’uno né l’altro. Grandezza e miseria insieme. Un frammento lo dice in una riga: il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi spaventa.

Il divertimento

Uno dei temi più attuali dei Pensieri è il “divertimento”, nel senso etimologico di ciò che ci distoglie. Gli uomini cacciano, giocano, cercano cariche e onori non per le cose in sé, ma per non pensare alla propria condizione. Tutta l’infelicità degli uomini, osserva Pascal, viene da una cosa sola: non saper restare tranquilli in una stanza. Basta guardare quante volte al giorno prendiamo in mano il telefono per capire che l’osservazione non è invecchiata.

Ragione e cuore

Pascal non disprezza la ragione, che conosceva meglio di quasi chiunque. Ne vede i limiti. Distingue lo spirito di geometria, che ragiona a partire da principi chiari, dallo spirito di finezza, che coglie in un colpo d’occhio una quantità di principi sottili. E scrive la frase più citata di tutti i Pensieri: il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce.

Il confronto con Cartesio è inevitabile. Pascal gli rimprovera di aver voluto fare a meno di Dio in tutta la sua filosofia, salvo fargli dare un colpetto per mettere in movimento il mondo. Per Pascal il Dio dei filosofi non salva nessuno. A chi resta incerto propone invece un ragionamento di tipo probabilistico, il più famoso dei suoi argomenti: la pagina sulla scommessa di Pascal lo analizza nei dettagli.