Filosofi

Thomas S. Kuhn

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

Nell’estate del 1947 un giovane fisico di Harvard, Thomas Kuhn, sta preparando delle lezioni di storia della scienza per studenti di materie umanistiche. Legge la Fisica di Aristotele e resta sconcertato. Come ha potuto un pensatore così acuto scrivere cose tanto sbagliate sul moto? Poi, racconta, d’improvviso i testi gli apparvero sotto un’altra luce: le parole di Aristotele avevano un senso diverso da quello che lui vi leggeva. Letti con i concetti di Aristotele, e non con quelli di Newton, quei testi diventavano coerenti. Da quell’esperienza nacque l’idea che lo avrebbe reso famoso.

Dalla fisica alla storia

Kuhn nasce a Cincinnati nel 1922. Si laurea e si addottora in fisica a Harvard, ma presto si sposta verso la storia della scienza, incoraggiato dal rettore James Conant. Nel 1957 pubblica La rivoluzione copernicana, un libro che segue il passaggio dal sistema tolemaico a quello copernicano intrecciando astronomia, filosofia e religione.

Nel 1962 esce La struttura delle rivoluzioni scientifiche. È un libro breve, pubblicato, curiosamente, in una collana fondata dagli eredi del Circolo di Vienna, l’Enciclopedia internazionale della scienza unificata, e dunque accanto agli scritti di quei filosofi, come Rudolf Carnap, la cui immagine della scienza Kuhn metteva in discussione. Diventerà uno dei libri accademici più citati del secolo. Kuhn insegna poi a Berkeley, a Princeton e al MIT. Muore nel 1996.

La scienza normale

L’immagine tradizionale della scienza era quella di un accumulo progressivo di conoscenze: ogni generazione aggiunge nuove verità a quelle precedenti. Kuhn sostiene che la storia reale è diversa.

Per la maggior parte del tempo gli scienziati fanno quella che lui chiama “scienza normale”. Lavorano all’interno di un paradigma: un insieme di teorie, metodi, strumenti, problemi esemplari, accettati dalla comunità. La scienza normale non cerca di mettere in discussione il paradigma; cerca di risolvere i “rompicapo” che esso pone, come si risolve un cruciverba. Se un esperimento non riesce, di solito si dà la colpa allo sperimentatore, non alla teoria.

Anomalie, crisi, rivoluzioni

A volte, però, emergono anomalie: risultati che il paradigma non riesce a spiegare, nonostante tutti gli sforzi. Finché sono poche, vengono messe da parte. Quando si accumulano o toccano punti essenziali, la comunità entra in crisi. Si moltiplicano le teorie alternative, si discute dei fondamenti, si torna alla filosofia.

La crisi si risolve con una rivoluzione scientifica: un nuovo paradigma sostituisce il vecchio. Gli esempi classici sono la rivoluzione copernicana, il passaggio dalla teoria del flogisto alla chimica di Lavoisier, la relatività di Einstein. Il caso di Galileo e del sistema copernicano è uno di quelli che Kuhn analizza più a fondo.

Un cambiamento di visione

Kuhn paragona il passaggio da un paradigma all’altro a un cambiamento gestaltico, come nelle figure ambigue in cui si vede ora un’anatra ora un coniglio. Dove Aristotele vedeva un corpo che cade lentamente, legato a una corda, Galileo vedeva un pendolo. Dopo una rivoluzione, scrive Kuhn, gli scienziati lavorano in un mondo diverso.

L’incommensurabilità

L’idea più discussa è quella di incommensurabilità. Paradigmi diversi non si possono confrontare punto per punto, con un metro neutrale, perché usano gli stessi termini con significati diversi, considerano importanti problemi diversi, accettano standard di prova diversi. “Massa” in Newton e in Einstein non è esattamente la stessa cosa. Per questo il passaggio da un paradigma all’altro non può essere imposto soltanto dalla logica e dagli esperimenti. Somiglia più a una conversione.

Le critiche

Il libro provocò reazioni forti. Molti filosofi accusarono Kuhn di fare della scienza un’impresa irrazionale, governata dalla psicologia di gruppo. Nel 1965, a Londra, ci fu un confronto diretto con Karl Popper. Per Popper lo scienziato deve sempre cercare di confutare le proprie teorie; la “scienza normale” di Kuhn gli sembrava un pericolo, un atteggiamento dogmatico. Kuhn rispondeva che senza un periodo di lavoro dentro un paradigma non si otterrebbero mai i risultati dettagliati che rendono visibili le anomalie.

Un’altra critica riguardava la parola stessa. La filosofa Margaret Masterman contò più di venti significati diversi del termine “paradigma” nel libro. Kuhn lo riconobbe e, nella postilla della seconda edizione (1970), distinse tra la “matrice disciplinare”, cioè l’insieme di impegni condivisi da una comunità, e gli “esemplari”, le soluzioni concrete di problemi che gli studenti imparano a imitare.

Kuhn negò sempre di essere un relativista. Le teorie successive, sosteneva, sono migliori delle precedenti nel risolvere rompicapo. Ma rifiutò l’idea che si avvicinino a una verità indipendente. Per approfondire il modello e i suoi esempi si può leggere la pagina sulle rivoluzioni scientifiche di Kuhn.