Filosofi

Galileo Galilei

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

Nel gennaio del 1610 Galileo Galilei punta verso Giove un cannocchiale costruito con le sue mani, capace di ingrandire una ventina di volte. Vede tre piccole stelle allineate accanto al pianeta. Le sere successive le stelle cambiano posizione, a volte sono quattro, a volte ne sparisce una. Dopo qualche settimana non ha più dubbi: girano intorno a Giove. Quella scoperta, apparentemente piccola, toglieva un argomento importante a chi sosteneva che la Terra non potesse muoversi perché la Luna non le avrebbe tenuto dietro.

Da Pisa a Padova

Galileo nasce a Pisa nel 1564. Il padre, Vincenzo, è un musicista e teorico della musica, autore di esperimenti sulle corde vibranti: non è un dettaglio irrilevante, per un figlio che metterà gli esperimenti al centro della scienza. Galileo si iscrive a medicina, ma si appassiona alla matematica. Insegna a Pisa dal 1589, poi dal 1592 a Padova, nella Repubblica di Venezia. Ricorderà quei diciotto anni come i migliori della sua vita. Studia il moto, il pendolo, la caduta dei gravi, e costruisce strumenti.

Nel 1609 sente parlare di un occhiale olandese che fa vedere vicine le cose lontane. Lo ricostruisce, lo perfeziona, e lo rivolge al cielo. Nel marzo 1610 pubblica il Sidereus Nuncius, l’”avviso sidereo”: la Luna ha montagne e valli come la Terra, la Via Lattea è fatta di innumerevoli stelle, e intorno a Giove girano quattro satelliti, che chiama “pianeti medicei” in onore di Cosimo II de’ Medici. Poco dopo diventa matematico e filosofo del granduca e torna in Toscana.

La Bibbia e il cielo

Le scoperte continuano: le fasi di Venere, le macchie solari. Tutto spinge verso Copernico. Ma il sistema eliocentrico sembrava contraddire alcuni passi della Bibbia, come quello in cui Giosuè ordina al Sole di fermarsi. Galileo affronta il problema in alcune lettere, a Benedetto Castelli e alla granduchessa madre Cristina di Lorena. La Scrittura e la natura, sostiene, procedono entrambe da Dio e non possono contraddirsi; ma la Bibbia parla il linguaggio comune per farsi capire da tutti, e non vuole insegnare l’astronomia. Cita una frase che attribuisce al cardinale Baronio: l’intenzione dello Spirito Santo è insegnarci come si vada al cielo, e non come vada il cielo.

Nel 1616 la teoria copernicana viene condannata e Galileo è ammonito dal cardinale Bellarmino a non sostenerla.

Il libro della natura

Nel 1623 pubblica Il Saggiatore, un’opera polemica sulle comete che contiene una delle pagine più citate della storia della scienza. La filosofia, scrive, è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, l’universo; ma non si può intendere se prima non si impara a conoscere la lingua in cui è scritto. Questa lingua è la matematica, e i suoi caratteri sono triangoli, cerchi e altre figure geometriche.

Nello stesso libro distingue tra le proprietà dei corpi che si possono misurare, come figura, grandezza, movimento, e quelle che dipendono da chi percepisce, come sapori, odori, colori. Fa l’esempio della piuma che, passata sotto il naso, provoca il solletico: il solletico non sta nella piuma, ma in noi. È una distinzione che ha radici in Democrito e che Locke renderà classica.

Il Dialogo e il processo

Nel 1632 esce il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano. Tre personaggi discutono per quattro giornate a Venezia: Salviati, portavoce di Galileo, Sagredo, intelligente e curioso, e Simplicio, difensore di Aristotele, il cui nome richiamava un antico commentatore ma suonava anche come “sempliciotto”.

Una delle pagine più belle è l’esperimento mentale della nave. Chiudetevi con un amico nella cabina sotto coperta di un grande naviglio, con mosche, farfalle, un vaso d’acqua con dei pesci. Finché la nave si muove di moto uniforme, non noterete alcuna differenza rispetto a quando è ferma: le mosche volano allo stesso modo, le gocce cadono nello stesso punto. Dunque il fatto che non sentiamo muoversi la Terra non prova che sia ferma.

Il libro aveva ottenuto il permesso di stampa, ma a Roma fu letto come una difesa di Copernico, in violazione dell’ammonizione del 1616. Nel 1633 Galileo, quasi settantenne, è processato dal Sant’Uffizio e costretto ad abiurare. La frase “eppur si muove” è una leggenda nata più tardi. Passa gli ultimi anni ad Arcetri, vicino a Firenze, agli arresti domiciliari. Lì, ormai cieco, completa i Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, pubblicati a Leida nel 1638, sulla resistenza dei materiali e sul moto. Muore nel 1642.

La Chiesa ha riconosciuto gli errori del processo nel 1992, al termine dei lavori di una commissione voluta da Giovanni Paolo II. Il caso resta uno dei più discussi nel rapporto tra scienza e autorità, ed è anche un esempio classico per le teorie sulle rivoluzioni scientifiche di Kuhn.