Thomas Hobbes amava raccontare di essere nato prematuro, nel 1588, perché la madre si era spaventata alla notizia dell’Invincibile Armata spagnola in arrivo. “La paura e io siamo nati gemelli”, scrisse nella sua autobiografia in versi latini. Che la storia sia vera o no, la paura è davvero al centro della sua filosofia politica. Morì nel 1679, a novantun anni, dopo aver attraversato la guerra civile inglese, l’esilio in Francia e la restaurazione degli Stuart.
Un filosofo che scopre Euclide
Formatosi a Oxford, Hobbes lavorò a lungo come precettore presso la famiglia Cavendish e viaggiò più volte nel continente. Secondo il racconto del biografo John Aubrey, verso i quarant’anni capitò davanti a un’edizione degli Elementi di Euclide aperta sulla proposizione 47 del primo libro, il teorema di Pitagora. Non ci credeva, risalì di dimostrazione in dimostrazione e alla fine ne fu convinto. Da allora il metodo geometrico divenne il suo modello: partire da definizioni chiare e dedurre.
In Italia incontrò Galileo, a Parigi frequentò il circolo di Mersenne e scrisse una serie di obiezioni alle Meditazioni di Cartesio. Il dialogo con Cartesio fu teso: Hobbes non accettava una sostanza pensante separata dal corpo.
Tutto è corpo in movimento
La filosofia di Hobbes è un materialismo rigoroso. Esistono corpi e movimento; anche le sensazioni sono movimenti trasmessi dagli oggetti agli organi di senso e da lì al cervello. Il pensiero è una sorta di calcolo: ragionare, scrive nel Leviatano, non è altro che sommare e sottrarre nomi. Per questo dà tanta importanza al linguaggio. Le definizioni sbagliate producono discorsi assurdi, e molte dispute politiche nascono da parole usate male.
L’opera sistematica era pensata in tre parti: De corpore, De homine, De cive. Per la pressione degli eventi uscì prima la parte politica, il De cive (1642), poi il Leviatano (1651) e solo dopo le altre.
Lo stato di natura
Immaginiamo esseri umani senza leggi né governo. Sono più o meno uguali: anche il più debole può uccidere il più forte, con l’astuzia o alleandosi con altri. Tutti desiderano conservarsi e procurarsi ciò che serve. Le cause di conflitto, nel capitolo XIII del Leviatano, sono tre: competizione, diffidenza, desiderio di gloria. Ne viene una condizione di guerra di ognuno contro ognuno, dove la vita dell’uomo è, nella formula celebre, “solitaria, povera, sgradevole, brutale e breve” (solitary, poor, nasty, brutish, and short).
Hobbes porta esempi quotidiani: chi viaggia si arma, chi va a dormire chiude la porta, chi è in casa chiude i bauli. Che cosa pensa quell’uomo dei suoi concittadini? Non serve, dice, un’ipotesi storica sui popoli primitivi: basta guardare come ci comportiamo quando la protezione comune vacilla.
Il patto e il sovrano
La ragione suggerisce le leggi di natura, la prima delle quali è cercare la pace. Ma i patti, senza una spada che li garantisca, sono solo parole. Gli individui allora trasferiscono il loro diritto a un sovrano, uomo o assemblea, che li rappresenta e ha il compito di mantenere la pace. Il sovrano non è parte del patto: per questo, nella logica di Hobbes, non può violarlo. L’unico limite forte riguarda la vita stessa: nessuno può essere obbligato a non difendersi.
Il confronto con Locke e con Rousseau è classico nei programmi scolastici, e la pagina su stato di natura e contratto sociale mette a fianco le tre versioni.
Il Leviatano
Nel Leviatano Hobbes affronta una domanda politica decisiva: che cosa rende possibile una convivenza sicura quando ciascuno, senza un’autorità comune, giudica da sé ciò che serve alla propria conservazione? Pubblicato nel 1651 con il titolo esteso Leviathan; or The Matter, Forme, & Power of a Common-Wealth Ecclesiasticall and Civill, il libro immagina la condizione naturale come una situazione priva di potere pubblico capace di far rispettare accordi: diffidenza e vulnerabilità rendono precaria la pace, non perché ogni individuo sia sempre malvagio, ma perché nessuno può contare con certezza sulla moderazione altrui.
La ragione indica la pace come bene e suggerisce regole per perseguirla; tuttavia, senza garanzie comuni, i patti restano fragili. Gli individui istituiscono allora un potere sovrano autorizzandolo a rappresentarli e a garantire sicurezza. Il sovrano non è necessariamente un monarca: per Hobbes può essere una persona o un’assemblea, purché detenga un’autorità sufficientemente unitaria ed efficace.
L’opera è articolata in quattro parti: «Of Man», «Of Common-Wealth», «Of a Christian Common-Wealth» e «Of the Kingdome of Darknesse». Dalla teoria delle passioni, del linguaggio e della ragione passa alla costruzione dello Stato, quindi discute il rapporto tra potere civile e religione. Il titolo richiama il mostro biblico, immagine di una potenza artificiale composta da molti individui. Leggere Hobbes aiuta a interrogare il legame, ancora attuale, tra libertà, sicurezza, legge e legittimità dell’autorità, senza scambiare il suo argomento per una descrizione storica di un patto realmente avvenuto.
Il testo del Leviatano
È disponibile il testo completo in inglese, nella trascrizione di Project Gutenberg, basata sull’edizione Pelican Classics e, attraverso questa, sulla prima edizione del 1651. Si tratta dell’originale inglese, non di una traduzione italiana; la pagina segnala alcuni interventi di trascrizione e resa tipografica.
Per approfondire
- Stanford Encyclopedia of Philosophy, “Hobbes’s Moral and Political Philosophy”: approfondimento accademico su stato di natura, leggi di natura e sovranità.
- Encyclopaedia Britannica, “Leviathan”: contesto editoriale, argomenti e ricezione dell’opera.
- Project Gutenberg, testo inglese del Leviatano: trascrizione integrale dell’opera.