Porfirio è uno di quei filosofi che hanno contato più per ciò che hanno trasmesso che per ciò che hanno inventato. Senza di lui non avremmo le Enneadi di Plotino nella forma in cui le leggiamo. E senza una sua breve introduzione alla logica di Aristotele, scritta forse per uno studente, il Medioevo latino non avrebbe avuto la domanda da cui nacque la disputa sugli universali.
Da Tiro a Roma
Nasce a Tiro, in Fenicia, intorno al 234 d.C. Il suo nome di nascita era Malco, che in lingua semitica richiama il “re”; il maestro Longino, ad Atene, lo grecizzò in Porphýrios, legato alla porpora, il colore dei re e la celebre tintura di Tiro. Nel 263 si trasferisce a Roma ed entra nella cerchia di Plotino. Ci resta circa sei anni, che considererà decisivi.
Racconta lui stesso un episodio intimo. Attraversò una fase di profonda depressione e pensò di togliersi la vita. Plotino se ne accorse, gli disse che quel desiderio non veniva da una mente sana ma da un umore malinconico, e gli consigliò di partire. Porfirio andò in Sicilia, e lì si trovava quando il maestro morì, nel 270. Morì a sua volta all’inizio del IV secolo, forse intorno al 305.
L’editore di Plotino
Plotino scriveva senza curarsi della forma e non rileggeva mai i suoi testi, anche per problemi di vista. Molti anni dopo la sua morte Porfirio raccolse i 54 trattati e li divise in sei gruppi di nove: da qui il nome Enneadi, dal greco ennéa, “nove”. Non seguì l’ordine cronologico, ma un percorso tematico che sale dall’uomo e dall’etica fino al mondo, all’anima, all’intelletto e infine all’Uno.
Alla raccolta premise una Vita di Plotino, una delle biografie più vive dell’antichità. Si apre con una frase che è rimasta impressa a molti lettori: Plotino sembrava vergognarsi di essere in un corpo. Per questo non volle mai parlare della sua famiglia né della sua patria, e non accettò che uno scultore lo ritraesse.
L’Isagoge e i cinque predicabili
L’Isagoge, “introduzione”, è un testo di poche pagine pensato come avviamento alle Categorie di Aristotele. Spiega cinque nozioni di base: genere, specie, differenza, proprio e accidente. Un esempio aiuta. “Animale” è il genere dell’uomo; “uomo” è la specie; “razionale” la differenza che distingue l’uomo dagli altri animali; “capace di ridere” un proprio, perché appartiene a tutti gli uomini e solo a loro; “seduto” o “bianco” sono accidenti, che possono esserci o non esserci.
Da questo schema i maestri medievali ricavarono il celebre “albero di Porfirio”, un diagramma che scende dalla sostanza ai corpi, ai viventi, agli animali, fino all’uomo e ai singoli individui, come Socrate e Platone.
Tre domande lasciate in sospeso
All’inizio del trattato Porfirio fa una mossa prudente. Dice che non affronterà alcune questioni troppo profonde per un’introduzione. Se generi e specie esistano realmente o siano solo nel pensiero; se, esistendo, siano corporei o incorporei; se siano separati dalle cose sensibili o si trovino in esse. Proprio queste tre domande, tradotte in latino da Boezio nel VI secolo, divennero il punto di partenza della questione degli universali. Realisti, concettualisti e nominalisti, fino a Guglielmo di Ockham, partono tutti da qui.
Il filosofo contro i cristiani
Porfirio non fu solo un commentatore. Scrisse un’opera in quindici libri Contro i cristiani, in cui applicava strumenti filologici e storici ai testi biblici. Notò, per esempio, che il libro di Daniele conteneva “profezie” troppo precise sugli eventi del II secolo a.C. per non essere stato scritto in quell’epoca. L’opera fu condannata e bruciata per ordine degli imperatori cristiani; ne restano frammenti nelle confutazioni dei suoi avversari, a cominciare da Agostino, che pure lo stimava come il più dotto dei filosofi.
Tra le altre opere sopravvive il trattato Sull’astinenza dalle carni animali, una difesa filosofica del vegetarianesimo, e la Lettera a Marcella, scritta alla moglie durante un viaggio, piena di consigli spirituali. Sono testi meno noti, ma mostrano un pensatore che concepiva la filosofia come esercizio di purificazione, non soltanto come tecnica logica.