Norberto Bobbio diceva di sé di non essere un filosofo nel senso pieno della parola, ma uno studioso di filosofia del diritto e di filosofia politica che si era trovato, quasi suo malgrado, a fare da coscienza critica di un paese. Per mezzo secolo, dagli anni della Resistenza fino all’inizio del nuovo millennio, gli italiani hanno letto i suoi interventi sulla democrazia, sulla guerra, sulla destra e la sinistra, con una fiducia rara. Era il rispetto per un uomo che sapeva distinguere, con pazienza, prima di giudicare.
Torino
Bobbio nasce a Torino nel 1909, figlio di un medico. Al liceo d’Azeglio ha compagni e professori che diventeranno figure importanti dell’antifascismo torinese: Leone Ginzburg, Cesare Pavese, Vittorio Foa. Si laurea in giurisprudenza e in filosofia.
Gli anni Trenta sono complicati. Nel 1935 viene arrestato brevemente per i suoi legami con il gruppo di Giustizia e Libertà. Per non compromettere la carriera universitaria scrive a Mussolini una lettera in cui ricorda i meriti fascisti della famiglia. Quando la lettera viene resa pubblica, nel 1992, Bobbio non cerca giustificazioni: dice di provarne vergogna, e che quell’episodio mostra come la dittatura corrompa anche chi le resiste. È una risposta rara.
Durante la guerra aderisce al Partito d’Azione e partecipa alla Resistenza. Insegna a Camerino, Siena, Padova, e dal 1948 a Torino, prima filosofia del diritto, poi filosofia della politica. Nel 1984 è nominato senatore a vita.
Il diritto come ordinamento
Il primo campo di studio di Bobbio è la teoria del diritto. Influenzato dal giurista austriaco Hans Kelsen, sostiene un approccio analitico: studiare il diritto come un insieme di norme, distinguendo con chiarezza ciò che il diritto è da ciò che dovrebbe essere. Nella Teoria della norma giuridica (1958) e nella Teoria dell’ordinamento giuridico (1960) mostra che una norma non si capisce da sola: ha senso solo come parte di un ordinamento, con i suoi criteri di validità, di coerenza, di completezza.
Il suo metodo è sempre lo stesso: chiarire i concetti, distinguere i significati delle parole, smontare le confusioni. Per questo è spesso associato alla filosofia analitica, anche se non si riconosceva in nessuna scuola.
Il dialogo con i comunisti
Negli anni Cinquanta, in piena guerra fredda, Bobbio apre un dialogo con gli intellettuali comunisti, raccolto in Politica e cultura (1955). Il suo argomento è semplice e tenace. Le libertà civili e politiche conquistate dal liberalismo, la libertà di parola, di associazione, le garanzie contro l’arbitrio del potere, non sono un lusso “borghese”. Sono conquiste di valore universale, che nessuna rivoluzione dovrebbe sacrificare. Anni dopo dedicherà studi importanti anche ad Antonio Gramsci, in particolare alla sua idea di società civile.
Che cos’è la democrazia
Nel Futuro della democrazia (1984) Bobbio propone una definizione “minima”, procedurale. La democrazia è un insieme di regole che stabiliscono chi è autorizzato a prendere decisioni collettive e con quali procedure: suffragio universale, voto libero, maggioranza, rispetto dei diritti della minoranza. Non è poco. Queste regole del gioco sono ciò che permette di cambiare governo senza spargimento di sangue.
Nello stesso libro elenca le “promesse non mantenute” della democrazia: la persistenza di oligarchie, il peso degli interessi organizzati, il potere invisibile che sfugge al controllo pubblico, l’ignoranza dei cittadini. Non per condannarla, ma per prenderla sul serio.
Destra e sinistra
Nel 1994, quando molti dicevano che la distinzione era superata, Bobbio pubblica un piccolo libro, Destra e sinistra, che diventa un caso editoriale. Sostiene che la distinzione ha ancora senso, e che il criterio fondamentale è l’atteggiamento verso l’uguaglianza. La sinistra considera le disuguaglianze tra gli uomini in gran parte sociali, e quindi eliminabili; la destra le considera in gran parte naturali, e quindi da accettare. Il criterio della libertà, invece, distingue gli estremisti, autoritari, dai moderati.
La guerra e la pace
Il grande tema degli ultimi decenni è la pace. Nell’epoca delle armi atomiche, sostiene nel Problema della guerra e le vie della pace (1979), la guerra non può più essere giustificata come “continuazione della politica con altri mezzi”: una guerra nucleare non lascerebbe nessun vincitore. Bobbio studiò a lungo Hobbes, il filosofo che aveva visto nello Stato il rimedio alla guerra di tutti contro tutti, e immaginò un percorso analogo a livello internazionale: un “terzo assente” sopra gli Stati, capace di imporre la pace.
Tra i suoi ultimi scritti c’è un Elogio della mitezza, la virtù di chi non vuole sopraffare. Muore a Torino nel 2004. Il confronto con il liberalismo di John Stuart Mill e con la teoria democratica di Jürgen Habermas aiuta a collocarlo nel dibattito europeo.