Il 27 aprile 1937 Antonio Gramsci muore in una clinica romana. Ha quarantasei anni e da più di dieci è prigioniero del regime fascista; la pena era appena giunta al termine, ma era troppo malato per lasciare la clinica. Nella sua cella aveva riempito una trentina di quaderni scolastici con una calligrafia minuta e ordinata. La cognata, Tatiana Schucht, li fece uscire di nascosto e li mandò a Mosca. Pubblicati nel dopoguerra, i Quaderni del carcere sono diventati uno dei testi di teoria politica italiani più tradotti al mondo.
Dalla Sardegna a Torino
Gramsci nasce ad Ales, in Sardegna, nel 1891. Da bambino una malformazione della colonna vertebrale lo lascia piccolo e gibboso. Quando il padre, impiegato, viene arrestato per irregolarità amministrative, la famiglia precipita nella miseria e Antonio deve lavorare da ragazzino. Studia con ostinazione e nel 1911 vince una borsa di studio per l’università di Torino, dove si iscrive a lettere e segue con passione la linguistica.
Torino è la città della Fiat e delle grandi fabbriche. Gramsci si avvicina al movimento operaio, scrive per i giornali socialisti, e nel 1919 fonda con alcuni compagni L’Ordine Nuovo, che sostiene i consigli di fabbrica come nucleo di una nuova organizzazione della società. Nel 1921 è tra i fondatori del Partito comunista d’Italia. Vive a Mosca tra il 1922 e il 1923, dove conosce Giulia Schucht, che diventerà sua moglie. Nel 1924 fonda l’Unità e viene eletto deputato.
Nel novembre 1926, nonostante l’immunità parlamentare, viene arrestato. Al processo del 1928 è condannato a più di vent’anni di reclusione. Secondo una frase attribuita al pubblico ministero, bisognava impedire a quel cervello di funzionare per vent’anni.
Studiare “für ewig”
In carcere, nel 1927, Gramsci scrive alla cognata che vuole occuparsi di qualcosa “für ewig”, per sempre, in modo disinteressato. Comincia i Quaderni nel 1929, nel carcere di Turi, in Puglia. Le condizioni sono difficili: libri contati, la censura del carcere, una salute che peggiora. Scrive per appunti, in un linguaggio a volte cifrato per non attirare l’attenzione dei censori. Marx diventa spesso “il fondatore della filosofia della praxis”.
L’egemonia
Il concetto centrale dei Quaderni è l’egemonia. Gramsci si chiede perché la rivoluzione, riuscita in Russia nel 1917, sia fallita in Occidente. La risposta è che in Russia lo Stato era tutto e la società civile “primordiale e gelatinosa”; in Occidente, invece, dietro lo Stato c’era una robusta rete di istituzioni: scuole, chiese, giornali, associazioni, partiti. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro la quale stava una catena di fortezze e casematte.
In una società come quella occidentale, una classe non domina solo con la forza. Domina perché riesce a far accettare la propria visione del mondo come senso comune. Il potere è combinazione di coercizione e consenso. Chi vuole cambiare la società deve quindi combattere una “guerra di posizione” sul terreno della cultura, prima ancora di una “guerra di movimento” per la conquista dello Stato.
Il moderno Principe
Gramsci rilegge Machiavelli con grande originalità. Il Principe, scrive, non è un trattato sistematico, ma un libro “vivente” in cui l’ideologia politica si fa mito concreto. Nella società moderna il principe non può più essere un individuo: è il partito politico, un organismo collettivo che deve formare una volontà nazionale e popolare.
Gli intellettuali
Un altro tema fondamentale è quello degli intellettuali. Tutti gli uomini sono intellettuali, osserva Gramsci, ma non tutti hanno nella società la funzione di intellettuali. Anche il lavoro manuale più semplice implica un minimo di attività intellettuale. Ogni gruppo sociale crea i propri intellettuali “organici”, che gli danno coscienza della sua funzione: l’imprenditore porta con sé il tecnico, l’economista, l’organizzatore. Accanto a loro ci sono gli intellettuali “tradizionali”, come il clero, che si presentano come indipendenti.
Il confronto con Benedetto Croce, la figura dominante della cultura italiana del tempo, attraversa tutti i Quaderni. Gramsci voleva scrivere un “Anti-Croce” come Engels aveva scritto un “Anti-Dühring”.
Le lettere
Accanto ai Quaderni ci sono le Lettere dal carcere, pubblicate nel 1947, che vinsero il premio Viareggio. Sono indirizzate alla moglie, ai figli che non ha quasi mai visto, alla madre, alla cognata. Raccontano la vita in cella, le malattie, i libri, ma anche fiabe e ricordi d’infanzia scritti per i bambini. Vi compare più volte la formula, presa dallo scrittore francese Romain Rolland, del pessimismo dell’intelligenza e dell’ottimismo della volontà.
Per il rapporto con il pensiero di Marx si può partire dalla pagina sul materialismo storico: Gramsci ne dà una lettura molto lontana dal determinismo economico, attenta al ruolo della cultura e della volontà.