Da ragazzo Jürgen Habermas subì diverse operazioni per una palatoschisi, una malformazione del palato che gli rendeva difficile parlare in modo comprensibile. Ha raccontato lui stesso, molti anni dopo, che l’esperienza di non essere capito, di vedere gli altri reagire con impazienza alle sue parole, lo aveva reso sensibile al valore e alla fragilità della comunicazione. Non è difficile vedere un legame con il centro della sua filosofia: l’idea che la razionalità umana si realizzi, prima di tutto, nell’intendersi con gli altri.
Una generazione e una domanda
Habermas nasce nel 1929 a Düsseldorf e cresce a Gummersbach, in una famiglia protestante della borghesia. Ha quindici anni alla fine della guerra. Il processo di Norimberga e i documentari sui campi di sterminio sono per lui, come per molti coetanei, uno shock: scoprono che il paese in cui sono cresciuti ha commesso crimini di una portata inimmaginabile. Tutta la sua opera successiva si può leggere come un tentativo di capire a quali condizioni la Germania, e l’Europa, possano diventare società democratiche e razionali.
Nel 1953, giovane giornalista, pubblica un articolo contro Heidegger, che aveva ristampato un corso del 1935 senza prendere le distanze da un passaggio sulla “grandezza” del nazionalsocialismo. Poco dopo diventa assistente di Theodor Adorno all’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte. È considerato il principale esponente della seconda generazione della Scuola di Francoforte.
La sfera pubblica
Il primo grande libro, Storia e critica dell’opinione pubblica (1962), racconta la nascita della “sfera pubblica” borghese nel Settecento. Nei caffè di Londra, nei salotti di Parigi, nelle società di lettura tedesche, persone private si riunivano per discutere di letteratura e poi di politica. Contava l’argomento, non il rango di chi parlava. Da quelle discussioni, e dalla stampa che le alimentava, nasceva un’opinione pubblica capace di criticare il potere.
La seconda parte del libro è più cupa. Con l’avvento dei mass media commerciali, della pubblicità, delle pubbliche relazioni, la sfera pubblica si trasforma. Il pubblico che ragiona diventa un pubblico che consuma cultura. La discussione critica cede il posto alla manipolazione del consenso.
L’agire comunicativo
L’opera principale è la Teoria dell’agire comunicativo (1981). Habermas distingue due tipi di azione. L’agire strategico mira al successo: cerco di ottenere qualcosa dagli altri, anche manipolandoli o minacciandoli, come in una trattativa commerciale. L’agire comunicativo mira invece all’intesa: cerco di raggiungere un accordo con l’altro sulla base di ragioni che entrambi possiamo accettare.
Quando parliamo per intenderci, sostiene Habermas, solleviamo implicitamente delle “pretese di validità”: che ciò che diciamo sia vero, che sia giusto o appropriato, che sia sincero. Queste pretese possono essere contestate e, se lo sono, vanno difese con argomenti. In una discussione ideale dovrebbe contare soltanto, secondo una sua espressione famosa, la forza non costrittiva dell’argomento migliore.
Mondo della vita e sistema
Habermas distingue il “mondo della vita”, l’insieme di significati, tradizioni, relazioni in cui le persone comunicano e si intendono, dai “sistemi”, come l’economia e l’amministrazione, che funzionano attraverso il denaro e il potere, senza bisogno di intesa. La modernità ha bisogno di entrambi. Il pericolo è la “colonizzazione” del mondo della vita da parte dei sistemi: quando la logica del mercato o della burocrazia entra nella famiglia, nella scuola, nella cultura.
L’etica del discorso
Da qui nasce l’etica del discorso. Una norma morale è valida, sostiene Habermas, solo se potrebbe essere approvata da tutti gli interessati, in quanto partecipanti a un discorso libero. È una riformulazione dell’imperativo categorico di Kant, ma dialogica: non si chiede a ciascuno di immaginare da solo che cosa tutti potrebbero volere, si chiede di metterlo alla prova nella discussione reale. Il confronto con l’imperativo categorico di Kant aiuta a vedere la differenza.
L’intellettuale pubblico
Habermas non è stato solo un teorico. Ha partecipato a quasi tutti i grandi dibattiti pubblici della Germania del dopoguerra. Nel 1986, nella cosiddetta “disputa degli storici”, si oppose a chi tendeva a relativizzare i crimini nazisti. Ha difeso l’idea di un “patriottismo costituzionale”, un attaccamento non alla nazione etnica, ma ai principi democratici della costituzione. Negli ultimi decenni ha scritto molto sull’integrazione europea, sulla religione nella sfera pubblica, sui rischi della genetica. Il dialogo con la teoria democratica di Norberto Bobbio e di altri pensatori europei ha fatto di lui uno dei filosofi più letti del nostro tempo.