Nel 1961 Hannah Arendt va a Gerusalemme come inviata del settimanale The New Yorker per seguire il processo ad Adolf Eichmann, uno dei principali organizzatori della deportazione degli ebrei europei. Si aspetta di trovare un mostro. Trova un funzionario mediocre, che parla per frasi fatte, attento alla carriera, incapace di pensare dal punto di vista di qualcun altro. Da quell’esperienza nasce l’espressione che più di ogni altra è legata al suo nome: la banalità del male.
Da Königsberg all’esilio
Arendt nasce nel 1906 vicino a Hannover, in una famiglia ebrea laica, e cresce a Königsberg, la città di Kant. A Marburgo, nel 1924, segue le lezioni di Martin Heidegger e ha con lui una relazione. Si trasferisce poi a Heidelberg, dove si addottora con Karl Jaspers con una tesi sul concetto di amore in Agostino.
Nel 1933, con l’arrivo dei nazisti al potere, viene arrestata dalla Gestapo per alcuni giorni: stava raccogliendo materiale sulla propaganda antisemita. Liberata, fugge a Parigi, dove lavora per organizzazioni che aiutano i giovani ebrei a emigrare in Palestina. Nel 1940 viene internata nel campo di Gurs, nel sud della Francia. Riesce a fuggire, attraversa la Spagna e arriva a Lisbona, da dove nel 1941 si imbarca per New York.
Per quattordici anni, dal 1937 al 1951, è apolide. L’esperienza è decisiva. Arendt osserva che i diritti umani, proclamati come inalienabili, si rivelarono inesistenti proprio per chi aveva perso ogni cittadinanza. Il primo diritto, scrive, è il diritto ad avere diritti, cioè ad appartenere a una comunità politica.
Le origini del totalitarismo
Il primo grande libro, Le origini del totalitarismo (1951), ha tre parti: l’antisemitismo, l’imperialismo, il totalitarismo. Arendt sostiene che il nazismo e lo stalinismo sono una forma di governo nuova, non una semplice tirannide moderna. I tiranni tradizionali volevano obbedienza. I regimi totalitari vogliono qualcosa di più: trasformare la natura umana, rendere gli uomini superflui.
Le due caratteristiche essenziali sono il terrore e l’ideologia. L’ideologia pretende di spiegare tutta la storia a partire da un’unica idea, la lotta di razza o la lotta di classe, e di dedurne logicamente ogni conseguenza. Il terrore la realizza. Il campo di concentramento è il laboratorio in cui si sperimenta la possibilità di distruggere ogni spontaneità umana.
Il totalitarismo, nota Arendt, ha bisogno di masse isolate, di individui senza legami, che hanno perso il senso di un mondo comune. La solitudine, non solo come stato d’animo ma come condizione politica, è il terreno su cui cresce.
Lavoro, opera, azione
In Vita activa (1958, il titolo originale inglese è The Human Condition), Arendt distingue tre attività fondamentali. Il lavoro risponde ai bisogni biologici: produce cose che vengono consumate subito, come il cibo, e deve essere ripetuto all’infinito. L’opera produce oggetti durevoli, tavoli, case, opere d’arte, che formano un mondo stabile. L’azione è l’attività che si svolge direttamente tra gli uomini, attraverso le parole e le azioni, senza la mediazione delle cose.
L’azione è legata a due condizioni. La pluralità: non c’è un uomo, ci sono gli uomini, ciascuno diverso dagli altri. E la natalità: ogni nascita porta nel mondo un nuovo inizio, la possibilità di qualcosa di imprevedibile. Arendt rovescia così l’insistenza di Heidegger sulla morte. Ciò che rende possibile la politica non è che moriamo, ma che nasciamo.
La modernità, secondo Arendt, ha capovolto la gerarchia antica: ha esaltato il lavoro e il consumo, e ha trascurato l’azione. Lo spazio pubblico, dove gli uomini si mostrano e agiscono insieme, rischia di scomparire.
La banalità del male
Il libro su Eichmann, uscito nel 1963 con il sottotitolo La banalità del male, provocò violente polemiche. Molti accusarono Arendt di sminuire i crimini nazisti o di essere ingiusta verso le vittime, soprattutto per alcune pagine critiche sul ruolo dei consigli ebraici nelle deportazioni. Arendt perse amicizie importanti.
La tesi era però precisa. Eichmann non era un demone, né un fanatico ideologico. Era un uomo normale che non pensava. Non nel senso che fosse stupido, ma nel senso che non si fermava mai a riflettere su ciò che faceva, a mettersi nei panni degli altri. Il male più estremo può nascere non da motivazioni profonde, ma da questa assenza di pensiero.
Gli ultimi anni li dedica proprio a questo tema, in un’opera rimasta incompiuta, La vita della mente, sul pensare, il volere e il giudicare. Muore a New York nel 1975. Fu lei a curare la prima raccolta americana degli scritti di Walter Benjamin, l’amico che le aveva affidato alcuni manoscritti prima di morire.