Filosofi

Kierkegaard

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

Nell’agosto del 1835 uno studente di ventidue anni, in vacanza a Gilleleje, sulla costa nord della Selandia, scrive nel suo diario: si tratta di trovare una verità che sia verità per me, di trovare l’idea per la quale io voglia vivere e morire. A che cosa mi servirebbe scoprire una cosiddetta verità oggettiva, costruire un sistema filosofico, se poi non avesse alcun significato per me e per la mia vita? Lo studente è Søren Kierkegaard. In quelle righe c’è già quasi tutta la sua filosofia.

Il padre, Regine e il Corsaro

Kierkegaard nasce a Copenaghen nel 1813, ultimo di sette figli. Il padre, Michael Pedersen, era stato da ragazzo un povero pastore dello Jutland ed era diventato un ricco commerciante di lana. Era un uomo profondamente religioso e malinconico, convinto di aver attirato su di sé la maledizione di Dio: da bambino, sulle brughiere dello Jutland, affamato e solo, lo aveva maledetto. Quando cinque dei sette figli e la moglie muoiono uno dopo l’altro, la convinzione si rafforza. Søren eredita quella malinconia, e un patrimonio che gli permetterà di vivere senza un lavoro.

Nel 1840 si fidanza con Regine Olsen, una ragazza di diciassette anni. Pochi mesi dopo rompe il fidanzamento, senza spiegarne davvero il motivo, e anzi cercando di farsi credere un cinico perché lei possa dimenticarlo più facilmente. Regine sposerà un altro. Kierkegaard ne parlerà, in modo velato, in molte delle sue opere.

Nel 1841 discute una tesi su Il concetto di ironia con costante riferimento a Socrate. Poi va a Berlino ad ascoltare le lezioni di Schelling, che lo deludono. Tornato a Copenaghen, comincia a pubblicare a un ritmo impressionante.

Nel 1846 entra in polemica con il Corsaro, un giornale satirico, che per mesi lo mette alla berlina con vignette sui suoi pantaloni di lunghezza diversa e sulla sua figura sgraziata. Kierkegaard ne soffre moltissimo. Negli ultimi anni attacca la Chiesa di Stato danese, accusandola di aver trasformato il cristianesimo in una comoda abitudine borghese. Nel 1855 crolla in strada e muore poche settimane dopo, a quarantadue anni.

Scrivere sotto falso nome

Molte delle sue opere principali sono firmate con pseudonimi: Victor Eremita, Johannes de silentio, Vigilius Haufniensis, Johannes Climacus. Non è un vezzo. Ogni pseudonimo rappresenta un punto di vista sull’esistenza, e Kierkegaard vuole che il lettore si confronti con quei punti di vista senza poterli attribuire comodamente all’autore. È una comunicazione “indiretta”, che costringe chi legge a scegliere da solo.

Gli stadi dell’esistenza

In Aut-Aut (1843) due personaggi si confrontano. Il primo, A, è un esteta: vive per il piacere, l’interessante, l’istante, e fugge la noia cambiando continuamente esperienze. Il “Diario del seduttore”, che chiude la prima parte, mostra fin dove arriva questa vita: alla manipolazione degli altri e, in fondo, alla disperazione. Il secondo, il giudice Guglielmo, rappresenta la vita etica: il matrimonio, il lavoro, la responsabilità, la scelta di sé stessi.

Ma c’è un terzo stadio, quello religioso. In Timore e tremore (1843) Kierkegaard medita sul racconto biblico di Abramo, a cui Dio chiede di sacrificare il figlio Isacco. Dal punto di vista etico, Abramo è un assassino. Dal punto di vista della fede, è il padre dei credenti. Come si può comprendere un uomo simile? Non si può, risponde l’autore: Abramo esce dall’universale, sospende l’etica in nome di un rapporto assoluto e personale con Dio, e resta solo, nel silenzio. La fede non è un’opinione tranquilla, è un paradosso.

Angoscia e disperazione

Il Concetto dell’angoscia (1844) distingue l’angoscia dalla paura. La paura ha un oggetto determinato: ho paura del cane, dell’esame. L’angoscia no. È il sentimento della possibilità, di tutto ciò che potrei fare e diventare. Kierkegaard la paragona alla vertigine di chi guarda in un abisso: la vertigine non viene solo dall’abisso, ma anche dal proprio occhio. L’angoscia è la vertigine della libertà.

Nella Malattia mortale (1849) il tema è la disperazione: la malattia dell’io che non riesce a essere sé stesso, o che vuole disperatamente essere sé stesso senza Dio.

Il singolo contro il sistema

Il bersaglio costante di Kierkegaard è il sistema di Hegel, che pretende di comprendere tutta la realtà in un unico movimento concettuale. Un filosofo che costruisce un sistema immenso e poi vive in una catapecchia accanto, osserva Kierkegaard, è comico. L’esistenza del singolo, con le sue scelte, il suo peccato, la sua morte, non si lascia mediare.

Kierkegaard voleva che sulla sua tomba fosse scritto soltanto “quel singolo”. Fu poco letto fuori dalla Danimarca fino all’inizio del Novecento. Poi divenne uno dei punti di riferimento dell’esistenzialismo, da Heidegger a Sartre, e della teologia protestante del XX secolo.