Un cameriere di caffè si muove con troppa precisione. Si china un po’ troppo premuroso verso i clienti, porta il vassoio con un equilibrio da funambolo, ha gesti un po’ troppo rapidi e meccanici. Sartre lo descrive in L’essere e il nulla (1943) e conclude: sta giocando a fare il cameriere. Cerca di essere cameriere come un calamaio è un calamaio, cioè come una cosa. Ma non può riuscirci, perché è un uomo e quindi è libero.
Mentire a sé stessi
Questa è la malafede. Non è la menzogna comune, in cui io so la verità e la nascondo a un altro. Nella malafede ingannatore e ingannato sono la stessa persona. Il che pone un problema: come posso nascondermi qualcosa che, per nasconderlo, devo sapere?
Sartre risponde partendo dalla struttura della coscienza umana. Siamo sempre due cose insieme. Abbiamo una fatticità: un corpo, un passato, una situazione, un mestiere. E siamo trascendenza: progetto, possibilità di andare oltre ciò che siamo stati. La malafede gioca sull’ambiguità tra le due. Ora mi riduco a una cosa (“sono fatto così, non posso farci niente”), ora mi immagino puro spirito, al di sopra dei fatti (“quello non ero davvero io”).
Una mano abbandonata
L’altro esempio famoso è quello di una donna al primo appuntamento. Sa bene che cosa vuole l’uomo che le sta di fronte, ma finge di non saperlo, e ascolta solo il lato rispettoso delle sue parole. A un certo punto lui le prende la mano. Ritirarla significherebbe decidere, lasciarla anche. Lei la lascia, ma come se non se ne accorgesse, come una cosa inerte, e continua a parlare di argomenti elevati. Non sceglie, e finge di non dover scegliere.
Siamo condannati a essere liberi, dice Sartre altrove. La malafede è il tentativo di sfuggire all’angoscia di questa libertà. Ed è una tentazione costante, non un difetto di pochi.