Filosofi

Jean-Paul Sartre

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

Nel 1964 l’Accademia di Svezia assegna il premio Nobel per la letteratura a Jean-Paul Sartre. Sartre lo rifiuta. Uno scrittore, spiega, non deve lasciarsi trasformare in un’istituzione. Il gesto è tipico di un uomo che ha fatto della libertà il centro della sua filosofia e, nel bene e nel male, della sua vita pubblica. Quando muore, nel 1980, decine di migliaia di persone seguono il suo funerale per le strade di Parigi.

Un bambino tra i libri

Sartre nasce a Parigi nel 1905. Il padre, ufficiale di marina, muore quando lui ha poco più di un anno. Cresce con la madre nella casa del nonno materno, Charles Schweitzer, professore di tedesco, tra i libri. Nell’autobiografia Le parole (1964) racconta con ironia feroce quell’infanzia di bambino prodigio recitato per gli adulti.

All’École normale supérieure stringe amicizie e rivalità che dureranno per decenni. Nel 1929 è primo all’esame di agrégation in filosofia; seconda è Simone de Beauvoir, che diventerà la compagna di tutta la vita. Insegna nei licei, a Le Havre e altrove. Nel 1933-34 trascorre un anno a Berlino per studiare la fenomenologia di Husserl, che gli offre il metodo che cercava: descrivere le cose così come appaiono alla coscienza.

La radice del castagno

Il primo successo è un romanzo, La nausea (1938). Il protagonista, Antoine Roquentin, vive a Bouville, una città di provincia, e scrive una biografia di un avventuriero del Settecento. A poco a poco lo invade un malessere che non sa spiegare. In una scena celebre, seduto in un giardino pubblico, guarda la radice di un castagno e capisce: le cose esistono, semplicemente, senza ragione, senza necessità. Sono “di troppo”. L’esistenza non si lascia dedurre da nulla. È contingente.

L’essere e il nulla

Durante la guerra Sartre viene fatto prigioniero dai tedeschi, nel 1940, e liberato l’anno successivo. Nel 1943, nella Parigi occupata, pubblica il suo trattato filosofico principale, L’essere e il nulla. Il debito verso Heidegger è evidente fin dal vocabolario.

Sartre distingue due modi di essere. L’”in-sé” è l’essere delle cose: è quello che è, pieno, compatto, senza fessure. Il “per-sé” è l’essere della coscienza: non coincide mai con sé stesso, è sempre proiettato verso ciò che non è ancora. La coscienza introduce nel mondo il nulla, la negazione, la possibilità. Per questo l’uomo è libero. Anzi, secondo una formula famosa, è condannato a essere libero: non ha scelto di esistere, ma una volta gettato nel mondo è responsabile di tutto ciò che fa.

La malafede

Davanti a questa libertà la tentazione è fuggire. Sartre chiama malafede il mentire a sé stessi sulla propria libertà. Il suo esempio più noto è il cameriere di caffè, che recita la parte del cameriere con gesti un po’ troppo precisi, un po’ troppo zelanti, come se fosse una cosa, un cameriere e nient’altro. La pagina sulla malafede di Sartre esamina questo e altri esempi.

Lo sguardo

Un’altra analisi celebre riguarda gli altri. Immaginate di spiare da un buco della serratura, assorti in ciò che vedete. All’improvviso sentite dei passi nel corridoio: qualcuno vi guarda. In un attimo diventate un oggetto per un’altra coscienza, e provate vergogna. Lo sguardo altrui mi rivela a me stesso, ma mi fissa anche in un’immagine che non controllo. Nella pièce A porte chiuse (1944), tre personaggi condannati a stare insieme per l’eternità in una stanza scoprono che non servono torture: l’inferno sono gli altri.

L’esistenzialismo è un umanismo

Nell’ottobre del 1945 Sartre tiene a Parigi una conferenza affollatissima, poi pubblicata con il titolo L’esistenzialismo è un umanismo. Vi riassume la sua posizione in una formula: nell’uomo l’esistenza precede l’essenza. Un tagliacarte è stato pensato da un artigiano prima di essere prodotto: la sua essenza viene prima. L’uomo invece prima esiste, si incontra, sorge nel mondo, e solo dopo si definisce attraverso ciò che fa.

L’esempio più discusso è quello di uno studente che, durante l’occupazione, va da Sartre a chiedere consiglio. Deve restare con la madre, che vive solo per lui, o partire per unirsi alle forze della Francia libera? Nessuna morale, dice Sartre, può decidere al posto suo. Anche la scelta del consigliere è già una scelta.

L’impegno

Dopo la guerra Sartre fonda con Beauvoir e Merleau-Ponty la rivista Les Temps modernes. Si avvicina al marxismo e al Partito comunista, da cui prende le distanze dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956. Nella Critica della ragione dialettica (1960) cerca di conciliare esistenzialismo e marxismo. Si schiera contro la guerra d’Algeria e quella del Vietnam, sostiene il maggio 1968. La sua figura di intellettuale impegnato, che prende posizione su tutto, ha segnato un’epoca.