Un esempio di Kant. Un negoziante dà sempre il resto giusto, anche ai bambini che non saprebbero accorgersi di un imbroglio. Si comporta bene? Sì. Ma se lo fa solo perché la voce si sparge e un negozio onesto vende di più, la sua azione è conforme al dovere, non compiuta per dovere. Per Kant ha valore morale solo la seconda.
Due tipi di comando
Nella Fondazione della metafisica dei costumi (1785) Kant distingue due specie di imperativi. Quelli ipotetici dicono: se vuoi questo, fai quello. Se vuoi superare l’esame, studia. Valgono solo per chi ha quello scopo. L’imperativo categorico invece comanda senza condizioni, per qualunque essere razionale, qualunque cosa desideri.
La formula più famosa: agisci soltanto secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che diventi una legge universale. Kant la mette alla prova con un caso. Ho bisogno di soldi e prometto di restituirli, sapendo che non lo farò. Posso volere che tutti facciano promesse false quando sono in difficoltà? No, perché in quel mondo nessuno crederebbe più a una promessa, e la mia stessa promessa non funzionerebbe. La massima si distrugge da sola.
Mai solo un mezzo
Un’altra formulazione colpisce di più: tratta l’umanità, nella tua persona come in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo. Usiamo continuamente gli altri come mezzi, il tassista per arrivare a casa, il panettiere per avere il pane. Il punto è quel “semplicemente”: non si può trattare una persona come se fosse solo uno strumento.
L’obiezione classica la sollevò Benjamin Constant. Se un assassino bussa alla porta e chiede dove si è nascosto il tuo amico, devi dire la verità? Kant, in un breve scritto del 1797, rispose di sì, e da allora la discussione non si è più fermata.