Filosofi

Hume

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20264 min di lettura

David Hume era convinto di aver scritto un capolavoro, e il pubblico lo ignorò. Il suo Trattato sulla natura umana, uscito tra il 1739 e il 1740, “cadde morto dai torchi”, come racconta nella breve autobiografia My Own Life. Hume non si scoraggiò: riscrisse, accorciò, cambiò tono. Oggi è considerato il più radicale degli empiristi e uno dei filosofi più influenti di lingua inglese.

Edimburgo, Parigi, la fama

Nato a Edimburgo nel 1711, morto nella stessa città nel 1776, Hume non ottenne mai una cattedra universitaria: le sue posizioni sulla religione lo resero sospetto sia a Edimburgo sia a Glasgow. Fu bibliotecario della Faculty of Advocates, segretario d’ambasciata a Parigi, dove i salotti lo accolsero come una celebrità, e per un periodo sottosegretario di Stato. In vita fu famoso soprattutto come storico, per una monumentale Storia d’Inghilterra.

I Dialoghi sulla religione naturale, troppo pericolosi per essere pubblicati da lui, uscirono postumi nel 1779. Le pagine su Hume e i miracoli e su l’orologiaio di Paley mostrano quanto la sua critica abbia pesato nel dibattito sulla teologia naturale.

Impressioni e idee

Hume parte da una distinzione semplice. Le percezioni della mente sono di due tipi: impressioni, vivide e forti, come il dolore di una scottatura mentre la si prova; idee, copie più deboli, come il ricordo di quel dolore il giorno dopo. Ogni idea semplice deriva da un’impressione. Ne nasce un test che Hume usa come una lama: se un termine filosofico non rimanda a nessuna impressione, probabilmente è privo di significato.

Il test vale anche per l’io. Quando entro nel modo più intimo in ciò che chiamo me stesso, scrive nel Trattato, inciampo sempre in qualche percezione particolare, caldo o freddo, amore o odio, ma non colgo mai un “io” senza percezioni. La persona sarebbe allora un fascio di percezioni che si succedono con rapidità.

Le palle da biliardo

L’esempio più citato riguarda la causalità. Una palla da biliardo ne colpisce un’altra, e la seconda si muove. Che cosa vediamo, davvero? Contiguità, successione, e il fatto che eventi simili si sono sempre presentati insieme. Non vediamo nessuna “connessione necessaria”. Adamo, appena creato, non avrebbe potuto inferire dalla trasparenza e fluidità dell’acqua che essa lo avrebbe soffocato.

L’idea di necessità nasce da noi: dall’abitudine, che dopo molte ripetizioni ci porta ad aspettarci l’effetto. È un istinto utile, senza il quale non sopravvivremmo, ma non ha una giustificazione razionale. Da qui il celebre problema dell’induzione: nessun ragionamento dimostra che il futuro somiglierà al passato senza presupporlo.

La forchetta di Hume

Tutti gli oggetti della ragione, nella Ricerca, sono relazioni tra idee, come in matematica, oppure dati di fatto, conoscibili solo con l’esperienza. Un libro di teologia o di metafisica scolastica che non contenga né ragionamenti sulla quantità o sul numero, né ragionamenti sperimentali sui fatti, conclude Hume, va dato alle fiamme, perché non contiene altro che sofisticherie e illusioni.

Ragione e passioni

In morale Hume rovescia la tradizione. La ragione da sola non muove all’azione: è, e deve solo essere, schiava delle passioni. Non significa che dobbiamo agire impulsivamente. Significa che la ragione può dirci come ottenere qualcosa, ma non che cosa desiderare. I giudizi morali nascono dal sentimento, in particolare dalla simpatia per gli altri.

Celebre anche un’osservazione nel terzo libro del Trattato: molti autori passano senza accorgersene da proposizioni con “è” a proposizioni con “deve”, senza spiegare il salto. Kant scriverà che proprio Hume lo aveva risvegliato dal “sonno dogmatico”, e la sua risposta è nella pagina sul giudizio sintetico a priori.

La Ricerca sull’intelletto umano

Pubblicata per la prima volta nel 1748 con il titolo Philosophical Essays concerning Human Understanding, la Ricerca rielabora temi già affrontati da Hume nel primo libro del Trattato sulla natura umana: non è una semplice ristampa di quel libro. La domanda di fondo è quali siano l’origine, la portata e i limiti della conoscenza umana. Nei dodici capitoli Hume passa dalla distinzione fra filosofia astratta e filosofia accessibile alla genesi delle idee e alle associazioni mentali; esamina poi il ragionamento su fatti ed eventi, la probabilità, la necessità causale, libertà e necessità, il ragionamento animale, i miracoli e lo scetticismo. Un punto decisivo è che l’esperienza mostra eventi ripetutamente congiunti, ma non ci consegna direttamente una forza necessaria che li leghi: l’abitudine forma l’aspettativa che il futuro assomigli al passato. Poiché questa inferenza non si dimostra senza presupporre ciò che vorrebbe provare, Hume ne descrive il funzionamento naturale, senza concludere che nella vita quotidiana si possa fare a meno delle credenze. L’analisi dei miracoli applica lo stesso criterio: valutare la testimonianza confrontandola con l’esperienza regolare, non liquidare ogni racconto a priori. Il testo è un classico dell’empirismo e invita a distinguere ciò che sappiamo, ciò che inferiamo e il grado di fiducia giustificato dalle prove. Il collegamento al testo integrale conduce all’originale inglese; per la traduzione italiana si rimanda all’edizione Laterza, senza presentarla come accesso gratuito completo.

Testo della Ricerca

È disponibile il testo integrale in inglese su Project Gutenberg, nell’edizione curata da L. A. Selby-Bigge (1902), basata sull’edizione postuma del 1777. Non è una traduzione italiana. Per l’edizione italiana di Mario Dal Pra, con introduzione di Eugenio Lecaldano, si vedano i dati e i canali di acquisto della scheda Laterza.

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