Filosofi

Benedetto Croce

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

La notte del 28 luglio 1883 un terremoto distrugge Casamicciola, sull’isola di Ischia. Tra le vittime ci sono il padre, la madre e la sorella di un ragazzo di diciassette anni, Benedetto Croce. Lui rimane sepolto per ore sotto le macerie, con una gamba fratturata. Ne esce vivo, ma segnato. Negli anni seguenti, ospite a Roma dello zio Silvio Spaventa, attraversa un periodo di profonda depressione, che racconterà nel breve Contributo alla critica di me stesso. Ne uscirà, dice, attraverso il lavoro.

Uno studioso senza cattedra

Croce nasce a Pescasseroli, in Abruzzo, nel 1866, da una famiglia agiata di proprietari terrieri. A Roma segue le lezioni di Antonio Labriola, il primo marxista italiano di rilievo, e per un periodo si interessa al marxismo, da cui prende presto le distanze. Torna a Napoli e si dedica agli studi di storia ed erudizione locale.

Non ebbe mai una cattedra universitaria, né la volle. Il patrimonio familiare gli permise di vivere da studioso indipendente. Nel 1903 fonda una rivista, La Critica, che scrive in gran parte da solo e che dirigerà per oltre quarant’anni. Per i primi anni il suo collaboratore principale è Giovanni Gentile.

L’estetica: intuizione ed espressione

Il primo libro filosofico importante è l’Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale (1902). Croce sostiene che l’arte è intuizione, cioè una forma di conoscenza dell’individuale, distinta dalla conoscenza logica dei concetti. E l’intuizione coincide con l’espressione: non si può avere un’intuizione vera senza esprimerla. Chi dice di avere grandi idee artistiche ma di non saperle mettere in forma si illude: se non sa esprimerle, non le ha davvero.

La conseguenza è che l’opera d’arte va giudicata per sé stessa, per la sua capacità di dare forma a un sentimento, non per il contenuto morale o politico, né per l’appartenenza a un “genere”. Nella critica letteraria Croce distingue in un poeta ciò che è “poesia” da ciò che è “non poesia”: le parti in cui l’autore trasfigura davvero un sentimento da quelle in cui si limita a ragionare, predicare o costruire.

La filosofia dello spirito

Negli anni successivi Croce costruisce un sistema, la “filosofia dello spirito”. Lo spirito, cioè la realtà stessa, si articola in quattro forme. Due teoretiche: la conoscenza dell’individuale, l’arte, il cui valore è il bello; la conoscenza dell’universale, la logica, il cui valore è il vero. Due pratiche: l’attività economica, che persegue l’utile, e quella etica, che persegue il bene.

Opposti e distinti

Qui Croce si confronta con Hegel, a cui dedica nel 1907 un saggio dal titolo eloquente: Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel. Vivo è la dialettica degli opposti: il vero e il falso, il bello e il brutto si implicano e si superano. Morto è l’errore di Hegel di aver trattato allo stesso modo anche i “distinti”. Il bello e il vero non sono opposti, non si negano a vicenda: sono forme diverse, con una propria autonomia.

Ogni vera storia è storia contemporanea

Con il tempo Croce identifica sempre più la filosofia con la storiografia. Il libro chiave è Teoria e storia della storiografia (1917), dove si legge una delle sue frasi più famose: ogni vera storia è storia contemporanea. Significa che lo storico non si limita a raccogliere documenti sul passato: lo interroga a partire da un problema vivo del presente. Una cronaca morta diventa storia quando qualcuno, oggi, la ripensa. In questa direzione Croce riscoprì e valorizzò Giambattista Vico, a cui dedicò uno studio importante.

Contro il fascismo

Croce è senatore dal 1910 e ministro della Pubblica Istruzione nel 1920-1921. All’inizio guarda al fascismo con una certa indulgenza, come a un movimento che avrebbe ristabilito l’ordine. Dopo il delitto Matteotti cambia posizione. Nel 1925, in risposta al manifesto degli intellettuali fascisti scritto da Gentile, redige il Manifesto degli intellettuali antifascisti. Da allora, pur senza essere perseguitato come altri, diventa un simbolo dell’opposizione culturale al regime.

Negli anni Trenta elabora quella che chiama la “religione della libertà”: la storia è storia della libertà, perché la libertà è la forza creativa dello spirito umano. Dopo la guerra partecipa alla rifondazione del Partito liberale e fonda a Napoli l’Istituto italiano per gli studi storici. Muore nel 1952. Il dialogo critico che Antonio Gramsci conduceva con lui in carcere mostra quanto fosse centrale nella cultura italiana del tempo.