Il 15 aprile 1944, a Firenze, un gruppo di partigiani dei GAP ferma l’auto di Giovanni Gentile davanti alla sua villa, al Salviatino. Uno di loro si avvicina con dei libri sotto il braccio, come uno studente. Gentile abbassa il finestrino e viene ucciso a colpi di pistola. Aveva sessantotto anni ed era il filosofo ufficiale del fascismo, presidente dell’Accademia d’Italia sotto la Repubblica sociale. La sua morte divise già allora l’antifascismo, e la memoria di Gentile resta ancora oggi un terreno difficile. Studiarlo significa tenere insieme un pensatore di grande rilievo e le sue scelte politiche.
Da Castelvetrano alla Normale
Gentile nasce nel 1875 a Castelvetrano, in Sicilia. Vince un posto alla Scuola Normale di Pisa, dove studia con Donato Jaja, allievo di Bertrando Spaventa: attraverso di lui si collega alla tradizione dell’hegelismo napoletano. Si laurea con una tesi su Rosmini e Gioberti.
All’inizio del Novecento è il più stretto collaboratore di Benedetto Croce nella rivista La Critica. I due hanno caratteri e filosofie diverse, ma combattono insieme contro il positivismo, che dominava le università italiane, in nome di un idealismo rinnovato. Il sodalizio dura una ventina d’anni, poi si rompe, prima sul piano filosofico, poi su quello politico.
Il pensiero come atto
La filosofia di Gentile si chiama “attualismo”, ed è esposta soprattutto nella Teoria generale dello spirito come atto puro (1916). Il punto di partenza è radicale. L’unica realtà di cui possiamo parlare è il pensiero nel momento in cui pensa, l’atto del pensare. Tutto ciò che conosciamo, la natura, gli altri, il passato, perfino il nostro io empirico, lo conosciamo come pensato. Ma il pensato presuppone sempre un pensiero che lo pensa, e questo pensiero non può diventare a sua volta oggetto senza presupporre un altro atto.
Gentile distingue così il “pensiero pensante” dal “pensiero pensato”. Il primo è l’atto vivo, creativo, sempre in movimento. Il secondo è il risultato, il fatto compiuto, ciò che è già cristallizzato. La realtà vera è soltanto il primo. Un esempio può aiutare: mentre leggete questa frase, potete riflettere sul fatto che state leggendo, ma la vostra riflessione è a sua volta un atto, che in quel momento non vedete. Il soggetto che pensa non si lascia mai catturare del tutto come oggetto.
Una riforma di Hegel
Gentile pensava di portare a compimento la riforma della dialettica hegeliana iniziata da Spaventa. In Hegel, sosteneva, la dialettica riguardava ancora dei concetti, il pensiero pensato. Bisognava spostarla nell’atto stesso del pensare. Si capisce anche il debito verso Fichte e il suo io che pone sé stesso.
Educazione e Stato
Per Gentile l’educazione è un tema filosofico centrale. Se la realtà è atto spirituale, educare non significa trasferire nozioni da una testa all’altra, ma suscitare nell’allievo un’attività. Nella relazione autentica tra maestro e allievo, diceva, le due coscienze diventano in qualche modo una sola.
Nel 1922 Mussolini lo nomina ministro della Pubblica Istruzione. L’anno dopo vara la riforma che porta il suo nome. Mette al centro il liceo classico come scuola della classe dirigente, introduce l’esame di Stato, rafforza lo studio della filosofia. Mussolini la definì “la più fascista delle riforme”. Molti elementi della scuola italiana, nel bene e nel male, vengono ancora da lì.
Nel 1923 Gentile si iscrive al Partito nazionale fascista. Nel 1925, dopo il delitto Matteotti, scrive il Manifesto degli intellettuali fascisti, a cui Croce risponde con il manifesto degli antifascisti. La rottura tra i due è definitiva.
Lo Stato etico
La sua concezione politica ruota intorno all’idea di Stato etico. Lo Stato non è un semplice arbitro tra interessi privati, come nel liberalismo classico, ma la realizzazione della volontà morale dei cittadini. L’individuo trova la propria libertà nello Stato, non contro di esso. È facile capire come questa idea potesse diventare una giustificazione del regime totalitario, ed è proprio su questo punto che le critiche dei liberali, a cominciare da Croce, si sono concentrate.
L’organizzatore di cultura
Gentile fu anche un grande organizzatore. Diresse la parte scientifica dell’Enciclopedia Italiana, l’enciclopedia Treccani, coinvolgendo studiosi di ogni orientamento, compresi alcuni antifascisti. Fu direttore della Normale di Pisa e fondò istituti e riviste. Scrisse con Mussolini la voce “Fascismo” dell’Enciclopedia, curando la parte dottrinale.
Dopo l’8 settembre 1943 aderisce alla Repubblica sociale italiana e invita gli italiani alla concordia, in un discorso che alcuni lessero come un appello alla pacificazione e altri come un sostegno all’occupante. Pochi mesi dopo viene ucciso. La sua filosofia ha influenzato, per vie diverse, molti pensatori italiani del Novecento, anche tra coloro che la criticarono duramente.