Giambattista Vico racconta nella sua Autobiografia che, a sette anni, cadde a testa in giù da una scala e rimase svenuto per cinque ore. I medici prevedevano che sarebbe morto o rimasto “stolido”. Non morì, e non diventò stolido, anche se, aggiunge, ne crebbe “di natura malinconica e acre”. È l’inizio un po’ teatrale della vita di un filosofo che per molto tempo fu quasi ignorato, e che oggi è considerato uno dei pensatori italiani più originali.
Un professore povero
Vico nasce a Napoli nel 1668, figlio di un piccolo libraio. Studia in parte da autodidatta. Per circa nove anni fa il precettore presso una famiglia nobile a Vatolla, nel Cilento, dove ha a disposizione una buona biblioteca e legge Platone, Tacito, Bacone, i giuristi. Tornato a Napoli, nel 1699 ottiene la cattedra di retorica all’università: un insegnamento mal pagato, che lo costringe a integrare lo stipendio con lezioni private e componimenti d’occasione.
Nel 1723 partecipa al concorso per la cattedra di diritto, molto più prestigiosa. Fa una lezione brillante, ma il posto va a un altro. Vico la vive come un’ingiustizia profonda, e decide di dedicarsi interamente alla sua opera maggiore. Morirà a Napoli nel 1744, poco dopo la terza edizione della Scienza nuova.
Contro il metodo di Cartesio
Nel 1708, in un’orazione inaugurale dell’anno accademico, Sul metodo degli studi del nostro tempo, Vico mette a confronto gli studi antichi e quelli moderni. Il metodo di Cartesio, la “critica”, insegna a scartare tutto ciò che non è certo e a ragionare con rigore geometrico. Ma se si educano i giovani soltanto in questo modo, si trascura la “topica”, l’arte di trovare argomenti, di cogliere il verosimile, di parlare in modo persuasivo. Nella vita civile, nella politica, nel diritto, quasi nulla è certo come un teorema. Chi porta nella vita pratica il metodo geometrico, osserva Vico, finisce per giudicare le azioni umane come se fossero figure, e sbaglia proprio là dove servirebbe prudenza.
Il vero e il fatto
Nel De antiquissima Italorum sapientia (1710) Vico formula il principio che è diventato il suo marchio: verum ipsum factum, il vero coincide con il fatto. Possiamo conoscere davvero soltanto ciò che abbiamo fatto noi. Dio conosce perfettamente la natura perché l’ha creata. Noi conosciamo con certezza la matematica, perché i suoi oggetti, punti, linee, numeri, li costruiamo noi.
Nella Scienza nuova questo principio prende una direzione sorprendente. Se c’è una cosa che gli uomini hanno fatto, è la storia, il “mondo civile”: le leggi, le lingue, le istituzioni, i costumi. Dunque, scrive Vico, i suoi principi si possono ritrovare dentro le modificazioni della nostra stessa mente umana. È strano, aggiunge, che i filosofi si siano dedicati tanto alla scienza del mondo naturale, che solo Dio conosce, e abbiano trascurato il mondo delle nazioni, che gli uomini potevano conoscere.
Le tre età
La Scienza nuova, pubblicata nel 1725 e poi rielaborata nel 1730 e nel 1744, è un libro difficile, pieno di etimologie, miti, ipotesi audaci. Il suo nucleo è l’idea che tutte le nazioni attraversino tre età. L’età degli dèi, in cui gli uomini, ancora simili a bestioni, pensano attraverso la paura e attribuiscono ogni fenomeno a divinità, come quando il primo tuono li spinse a immaginare Giove. L’età degli eroi, in cui dominano le aristocrazie e una sapienza fatta di miti e poesia. L’età degli uomini, in cui prevale la ragione e si affermano l’uguaglianza e le repubbliche popolari o le monarchie.
Il passaggio non è un progresso garantito. Quando la ragione diventa calcolo egoistico e la società si dissolve, può tornare la barbarie, e il ciclo ricomincia: sono i celebri “corsi e ricorsi” della storia.
La sapienza poetica e il vero Omero
I primi uomini, secondo Vico, non ragionavano per concetti astratti, ma per “universali fantastici”: figure concrete che raccoglievano in sé un’intera classe di qualità. Achille è il coraggio, Ulisse l’astuzia. Da qui la sua tesi più provocatoria: Omero non è una persona sola. È il popolo greco stesso, che per secoli ha cantato le proprie storie. Sarà una delle questioni più discusse dalla filologia dei secoli successivi.
La scoperta tardiva
Vico rimase a lungo un autore poco letto fuori da Napoli. Nell’Ottocento lo tradusse in francese lo storico Jules Michelet, che lo considerava suo maestro. In Italia fu soprattutto Benedetto Croce a rilanciarlo, all’inizio del Novecento. Oggi la sua idea che si possa conoscere la storia “dall’interno”, come opera umana, si confronta con quella di Hegel e con tutta la tradizione delle scienze umane.