Filosofi

Avicenna (Ibn Sīnā)

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

Dante lo colloca nel Limbo, tra i grandi spiriti dell’antichità, in un verso che mette in fila tre medici: “Ipocràte, Avicenna e Galïeno”. Per l’Europa medievale Avicenna era prima di tutto questo, l’autore del Canone, il manuale su cui si formarono generazioni di medici. Ma Ibn Sīnā, come si chiamava davvero, fu anche il filosofo più sistematico dell’Islam medievale, e alcune sue distinzioni sono entrate nel vocabolario della metafisica occidentale.

Un ragazzo prodigio

Nasce nel 980 ad Afshana, vicino a Bukhara, in Asia centrale, allora sotto la dinastia dei Samanidi. Della sua giovinezza sappiamo molto grazie a un’autobiografia, completata da un discepolo. Racconta di aver imparato il Corano a dieci anni, di aver superato presto i suoi maestri e di essersi dato alla medicina, che trovava “non difficile”. A diciassette o diciotto anni curò l’emiro di Bukhara e ottenne in cambio l’accesso alla biblioteca reale.

Un episodio è molto amato da chi insegna filosofia. Avicenna dice di aver letto la Metafisica di Aristotele quaranta volte, fino a impararla a memoria, senza capirne lo scopo. Un giorno, al mercato dei librai, un venditore gli propose per pochi soldi un trattatello di al-Fārābī sugli scopi della Metafisica. Lo comprò quasi controvoglia, lo lesse, e finalmente capì. Racconta che per la gioia distribuì elemosine ai poveri.

La sua vita adulta fu movimentata: passò da una corte all’altra in Persia, fu medico e visir, conobbe la prigione e la fuga. Scriveva di notte, a volte durante i viaggi. Morì ad Hamadan nel 1037.

Le opere

Il Canone della medicina raccoglie e ordina il sapere medico greco e arabo; tradotto in latino nel XII secolo, rimase in uso nelle università europee per secoli. Il Libro della guarigione (Kitāb al-Shifāʾ) è invece una grande enciclopedia filosofica: logica, fisica, matematica, metafisica. Il titolo va inteso in senso metaforico: è la guarigione dell’anima dall’ignoranza. Ne esistono anche compendi più brevi, scritti per lettori meno pazienti.

Essenza ed esistenza

La distinzione più famosa di Avicenna è quella tra ciò che una cosa è e il fatto che esista. Posso capire perfettamente che cosa sia un triangolo, o un cavallo, senza sapere se in questo momento esista un triangolo o un cavallo. L’esistenza, dunque, non fa parte dell’essenza; le si aggiunge da fuori.

Ne segue una distinzione tra due modi di essere. Le cose del mondo sono “possibili in sé”: considerate in base alla loro essenza, potrebbero esistere o non esistere. Se esistono, è perché qualcosa le ha fatte esistere. La catena delle cause non può risalire all’infinito, e deve terminare in qualcosa che sia “necessario in sé”, la cui essenza coincide con l’esistenza. Questo Essere necessario è Dio. Il ragionamento ebbe un’enorme influenza nel mondo latino: lo si ritrova, trasformato, in Tommaso d’Aquino e nella terza delle sue cinque vie.

Il cavallo, in quanto cavallo

Avicenna fa anche un’osservazione sull’essenza stessa che i logici medievali ripeteranno spesso. La “cavallinità”, considerata in sé, non è né una né molte, né universale né particolare. È soltanto cavallinità. Diventa universale nella mente che la pensa come comune a molti cavalli, e particolare in questo o quel cavallo. È un contributo importante alla disputa sugli universali.

L’uomo sospeso nell’aria

L’esperimento mentale più noto di Avicenna anticipa, in qualche modo, il cogito di Cartesio. Immagina un uomo creato all’improvviso, già adulto, sospeso nell’aria, con gli occhi coperti, le membra separate in modo che non si tocchino, senza alcuna sensazione del proprio corpo né del mondo esterno. Quest’uomo, sostiene Avicenna, affermerebbe comunque di esistere, pur senza affermare l’esistenza di alcuna parte del suo corpo. Dunque l’anima, ciò che dice “io”, è qualcosa di diverso dal corpo.

Il paragone con il cogito ergo sum è inevitabile, ma va fatto con prudenza: lo scopo di Avicenna non è vincere un dubbio scettico, bensì mostrare che l’anima ha consapevolezza immediata di sé.

Critiche ed eredità

Nel mondo islamico la sua sintesi tra filosofia greca e teologia suscitò reazioni forti. Al-Ghazālī lo prese come principale bersaglio nell’Incoerenza dei filosofi, accusandolo di sostenere tesi incompatibili con la fede, come l’eternità del mondo. Averroè, a sua volta, lo criticò per essersi allontanato troppo da Aristotele. Nel mondo latino, invece, Avicenna fu una delle porte principali attraverso cui la metafisica aristotelica entrò nelle scuole del XII e XIII secolo.