Nel Limbo dantesco, subito dopo i grandi medici, compare “Averroìs, che ‘l gran comento feo”. Per il Medioevo latino Averroè era semplicemente il Commentatore, così come Aristotele era il Filosofo: bastava il titolo, senza nome. Eppure Ibn Rushd non fu solo un esegeta paziente. Fu giudice, medico, autore di trattati di diritto, e uno dei pensatori più coraggiosi nel difendere il diritto della filosofia di esistere dentro una società religiosa.
Un giurista di Cordova
Abū l-Walīd Ibn Rushd nasce a Cordova nel 1126, in una famiglia di giuristi illustri: il nonno era stato giudice supremo della città. Studia diritto islamico, teologia, medicina. Il suo destino cambia intorno al 1169, quando il medico e filosofo Ibn Ṭufayl lo presenta al califfo almohade Abū Yaʿqūb Yūsuf. Averroè stesso ha raccontato l’incontro, attraverso un discepolo. Il califfo gli chiese subito che cosa pensassero i filosofi del cielo: è eterno o ha avuto un inizio? Averroè, spaventato, finse di non sapere nulla di filosofia. Il califfo allora cominciò a discuterne da sé, con grande competenza, e il giovane si rassicurò.
Fu in seguito a quell’incontro che ricevette l’incarico di spiegare le opere di Aristotele, che il califfo trovava oscure. Nello stesso periodo divenne giudice a Siviglia, poi a Cordova; più tardi fu anche medico di corte.
Gli ultimi anni furono amari. Intorno al 1195 cadde in disgrazia: alcune sue opere furono condannate e bruciate, e lui fu allontanato a Lucena, vicino a Cordova. Fu riabilitato poco dopo, ma morì a Marrakech nel 1198.
Il Commentatore
Averroè commentò quasi tutto Aristotele, spesso più volte, in tre forme diverse: compendi brevi, commenti medi che parafrasano il testo, e grandi commenti che lo citano riga per riga e lo discutono. Il suo obiettivo era ritrovare l’Aristotele autentico, liberandolo dalle aggiunte neoplatoniche che si erano accumulate nei secoli, e anche dalle interpretazioni di Avicenna, che giudicava troppo concessive verso la teologia.
Alcuni di questi commenti sono sopravvissuti solo in traduzione latina o ebraica, non nell’originale arabo. Il dato dice molto sulla sua fortuna: fu più letto in Europa e tra i pensatori ebrei che nel mondo islamico, dove dopo di lui la filosofia aristotelica perse terreno.
Filosofia e Legge
Il Trattato decisivo pone una domanda da giurista: lo studio della filosofia è permesso, vietato o obbligatorio secondo la Legge religiosa? La risposta di Averroè è che, per chi ne è capace, è obbligatorio. Il Corano invita a riflettere sulle cose create; la riflessione più perfetta è la dimostrazione; e la dimostrazione è proprio ciò che insegna la filosofia.
Il principio decisivo è formulato con chiarezza: la verità non può contraddire la verità, ma si accorda con essa e la conferma. Se un testo sacro sembra in conflitto con una conclusione dimostrata, va interpretato in senso non letterale. Averroè distingue tre tipi di persone: quelle che si convincono con le dimostrazioni, quelle che si convincono con argomenti dialettici, e la maggioranza, che si convince con la retorica e le immagini. La rivelazione parla a tutti e tre i gruppi, ciascuno al suo livello. Il problema nasce quando si espongono al pubblico interpretazioni che solo i filosofi possono capire.
L’incoerenza dell’incoerenza
Contro l’Incoerenza dei filosofi di al-Ghazālī Averroè scrisse una risposta punto per punto, l’Incoerenza dell’incoerenza. Sulla causalità, per esempio, replica che negare le cause necessarie significa negare la possibilità stessa della conoscenza: se il fuoco non brucia per natura, non possiamo dire che cosa sia il fuoco.
L’intelletto unico e l’averroismo latino
La tesi di Averroè che fece più scandalo in Europa riguarda l’intelletto. Commentando il De anima, sostenne che l’intelletto “materiale”, ciò con cui comprendiamo gli universali, è uno solo per tutti gli uomini, eterno e separato. I singoli individui vi partecipano attraverso le loro immagini sensibili.
A Parigi, nel XIII secolo, alcuni maestri della facoltà delle arti, come Sigieri di Brabante, ripresero queste tesi. Ne nacque una polemica violenta. Tommaso d’Aquino scrisse nel 1270 il De unitate intellectus contra Averroistas, e il vescovo di Parigi condannò diverse proposizioni nel 1270 e poi nel 1277. Paradossalmente, Tommaso stesso doveva moltissimo ai commenti di Averroè per la propria lettura di Aristotele.