Filosofi

Walter Benjamin

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

Nel 1921 Walter Benjamin compra a Monaco un piccolo acquerello di Paul Klee, Angelus Novus. Lo terrà con sé per tutta la vita, attraverso traslochi ed esili. Nell’ultimo testo che scrisse, nel 1940, l’angelo di Klee diventa l’angelo della storia: ha il volto rivolto al passato, dove noi vediamo una catena di eventi e lui vede una sola catastrofe, che accumula rovine su rovine ai suoi piedi. Vorrebbe fermarsi, svegliare i morti, ricomporre l’infranto. Ma dal paradiso soffia una tempesta che gli si è impigliata nelle ali e lo spinge verso il futuro, a cui volge le spalle. Questa tempesta, conclude Benjamin, è ciò che chiamiamo progresso.

Un intellettuale senza posto

Benjamin nasce a Berlino nel 1892, in una ricca famiglia ebrea. Studia filosofia a Friburgo, Berlino, Monaco e Berna. Stringe amicizie decisive: con Gershom Scholem, il grande studioso della mistica ebraica, e più tardi con Bertolt Brecht e con il giovane Theodor Adorno. Due influenze molto diverse, la teologia ebraica e il marxismo, convivono nei suoi scritti in modo inquieto e originale.

Nel 1925 presenta all’università di Francoforte un lavoro per l’abilitazione all’insegnamento, Il dramma barocco tedesco. I professori non lo capiscono e gli consigliano di ritirarlo. La carriera accademica gli è chiusa. Benjamin vive da allora come critico letterario, traduttore, autore radiofonico. Traduce Proust e Baudelaire, e scrive un saggio sul Compito del traduttore che è ancora uno dei testi più citati sulla traduzione.

Parigi, capitale del XIX secolo

Dal 1927 fino alla morte lavora a un progetto immenso, mai completato: un libro sui passages di Parigi, le gallerie coperte piene di negozi costruite nella prima metà dell’Ottocento. Benjamin vede in quei luoghi il sogno collettivo della prima società dei consumi. Raccoglie migliaia di citazioni e appunti sulla moda, la pubblicità, l’illuminazione a gas, i panorami, le esposizioni universali, la figura del flâneur, il passeggiatore ozioso che osserva la folla della metropoli, di cui Baudelaire era il modello.

Il lavoro è rimasto un cantiere di frammenti. Ma è proprio questa forma, il montaggio di citazioni, a esprimere il suo metodo: far emergere il senso della storia accostando dettagli apparentemente insignificanti.

L’opera d’arte e l’aura

Il saggio più famoso di Benjamin è L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, scritto nel 1935-36. La domanda è che cosa succeda all’arte quando può essere riprodotta in un numero illimitato di copie, con la fotografia e il cinema.

Benjamin introduce il concetto di “aura”. L’aura è l’apparizione unica di una lontananza, per quanto questa possa essere vicina. Un esempio: un quadro originale in un museo ha un’esistenza unica, nel suo luogo, con la sua storia, ed è circondato da una specie di distanza quasi sacra, che deriva dalle origini religiose dell’arte. La riproduzione tecnica distrugge questa aura. La Gioconda stampata su una cartolina non è più un oggetto di culto lontano, ma un’immagine che ciascuno può tenere in mano.

Benjamin non lo considera solo una perdita. La fine dell’aura libera l’arte dalla sua funzione rituale e la rende accessibile alle masse, aprendo la possibilità di un uso politico. Il saggio si chiude con un’avvertenza: il fascismo estetizza la politica, trasformando la guerra in spettacolo; la risposta deve essere la politicizzazione dell’arte. Adorno discusse a lungo con lui, per lettera, temendo che Benjamin fosse troppo ottimista sulla cultura di massa.

Le tesi sulla storia

L’ultimo scritto, Sul concetto di storia, è una serie di brevi tesi composte nel 1940, in piena guerra. Benjamin attacca l’idea di un progresso lineare e inevitabile, condivisa sia dalla socialdemocrazia sia dallo storicismo. La storia, scrive, è stata sempre raccontata dai vincitori. Non c’è documento di cultura che non sia, al tempo stesso, un documento di barbarie: dietro ogni capolavoro c’è anche il lavoro anonimo degli oppressi.

Il compito dello storico materialista, che Benjamin ricollega in modo personale a Marx, è “spazzolare la storia contropelo”: recuperare le speranze dei vinti, le possibilità che non si sono realizzate. Ogni presente, scrive, ha una “debole forza messianica”, la capacità di riscattare un frammento di passato.

Portbou

Nel 1940, con l’arrivo dei tedeschi a Parigi, Benjamin fugge verso sud. Con un piccolo gruppo di profughi attraversa a piedi i Pirenei, per raggiungere la Spagna e da lì il Portogallo e l’America. Al confine di Portbou la polizia spagnola annuncia che saranno rimandati in Francia. Quella notte, il 26 settembre, Benjamin si toglie la vita con una dose di morfina. Il giorno dopo, forse anche per l’impressione suscitata dalla sua morte, gli altri del gruppo vengono lasciati passare.

Prima di partire aveva affidato alcuni manoscritti, tra cui le tesi sulla storia, ad Hannah Arendt, che li portò negli Stati Uniti.