Filosofi

W.V.O. Quine

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

Willard Van Orman Quine amava le parole quanto la logica. Scriveva in un inglese limpido e ironico, inventava neologismi, raccoglieva curiosità linguistiche in un piccolo dizionario personale. E fu forse il filosofo americano più influente della seconda metà del Novecento. Le sue tesi sul significato, sulla traduzione e sulla conoscenza hanno cambiato il modo in cui la filosofia analitica pensa sé stessa.

Akron, Harvard, Europa

Quine nasce nel 1908 ad Akron, nell’Ohio. Studia matematica all’Oberlin College e scopre la logica leggendo i Principia Mathematica di Russell e Whitehead. Nel 1932 si addottora a Harvard proprio con Whitehead. Subito dopo parte per un anno in Europa: Vienna, dove frequenta il Circolo, Varsavia, con i grandi logici polacchi, e soprattutto Praga, dove incontra Rudolf Carnap. Lo considererà il suo maestro più importante, e passerà poi gran parte della vita a contestarne le tesi.

Insegna a Harvard per quasi tutta la carriera, con una pausa durante la seconda guerra mondiale, quando presta servizio nella marina degli Stati Uniti. Muore nel 2000.

Essere è essere il valore di una variabile

Nel 1948 Quine pubblica un saggio intitolato semplicemente Su ciò che c’è. Il problema ontologico, scrive, si può formulare in tre parole: che cosa c’è? E la risposta si può dare in una parola: tutto. Il difficile è stabilire che cosa rientri in quel “tutto”.

Quine propone un criterio. Per sapere a quali entità una teoria si impegna, bisogna riscriverla in logica e guardare su che cosa variano le variabili quantificate, quelle che compaiono in espressioni come “esiste un x tale che…”. Essere, dice, è essere il valore di una variabile. Se la mia teoria dice “esiste un numero primo maggiore di cento”, allora si impegna all’esistenza dei numeri.

Il criterio permette anche di liberarsi di entità inutili. Quando diciamo “Pegaso non esiste”, non dobbiamo supporre che Pegaso abbia una qualche esistenza fantasmatica per poterne negare l’esistenza. Basta usare la teoria delle descrizioni di Russell, trasformando il nome in una descrizione: non esiste nulla che abbia le proprietà del cavallo alato catturato da Bellerofonte.

Due dogmi dell’empirismo

Il saggio più famoso di Quine, pubblicato nel 1951, si intitola Due dogmi dell’empirismo. I dogmi sono due convinzioni che l’empirismo logico di Carnap dava per scontate.

Il primo è la distinzione netta tra proposizioni analitiche, vere in virtù del significato, come “nessuno scapolo è sposato”, e proposizioni sintetiche, vere in virtù dei fatti. Quine sostiene che non si riesce a definire l’analiticità senza girare in tondo: la si spiega con la sinonimia, la sinonimia con la definizione, la definizione con l’analiticità.

Il secondo dogma è il riduzionismo: l’idea che ogni singola proposizione significativa si possa mettere a confronto con l’esperienza, da sola.

La rete delle credenze

Quine propone un’immagine alternativa. Le nostre conoscenze formano una rete, o un campo di forze, che tocca l’esperienza solo ai margini. Quando un’osservazione contrasta con ciò che ci aspettavamo, non è stabilito a priori quale credenza vada rivista. Possiamo modificare una legge fisica, un’ipotesi ausiliaria, perfino, in casi estremi, una legge della logica. Nessuna proposizione è immune da revisione. Le teorie affrontano il tribunale dell’esperienza come un corpo unico, non frase per frase.

Ne segue che la differenza tra le verità della matematica e quelle della fisica non è di natura, ma di grado: le prime sono semplicemente più al centro della rete, e le abbandoneremmo per ultime.

Gavagai

In Parola e oggetto (1960) Quine propone un esperimento mentale. Un linguista arriva presso un popolo di cui non conosce la lingua. Vede un coniglio passare, e un nativo dice “gavagai”. Il linguista annota: “gavagai” significa “coniglio”. Ma come fa a saperlo? La parola potrebbe significare “parte non staccata di coniglio”, o “fase temporale di coniglio”, o “presenza di coniglinità”. Tutte queste traduzioni sono compatibili con gli stessi comportamenti osservabili. Quine sostiene che la traduzione è indeterminata: non c’è un fatto che decida quale sia quella giusta.

L’epistemologia naturalizzata

Se non c’è una filosofia prima, capace di fondare la scienza dall’esterno, che cosa resta all’epistemologia? Quine risponde che deve diventare un capitolo della psicologia, cioè studiare scientificamente come dagli stimoli sensoriali arriviamo alle teorie. Amava citare l’immagine del filosofo Otto Neurath: siamo come marinai che devono ricostruire la loro nave in mare aperto, senza poterla mai portare in un bacino di carenaggio. Il problema dell’induzione lasciato da Hume, diceva, è anche il nostro: la condizione umana.