Umberto Eco è noto ai più come l’autore del Nome della rosa, il romanzo del 1980 venduto in decine di milioni di copie. Ma quando scrisse quel libro aveva già quasi cinquant’anni e una lunga carriera di studioso alle spalle: filosofo medievalista, teorico dell’arte, semiologo, critico della cultura di massa. Il romanzo stesso è pieno di filosofia. Il suo protagonista, il frate francescano Guglielmo da Baskerville, deve il nome a Guglielmo di Ockham e il metodo a Sherlock Holmes.
Dal Medioevo alla televisione
Eco nasce ad Alessandria nel 1932. A Torino studia filosofia con Luigi Pareyson e si laurea nel 1954 con una tesi sul problema estetico in Tommaso d’Aquino. Il Medioevo resterà per tutta la vita uno dei suoi grandi amori.
Subito dopo la laurea entra alla Rai, che stava avviando le trasmissioni televisive. È un’esperienza decisiva. Eco osserva da vicino i nuovi mezzi di comunicazione e comincia a studiarli con gli stessi strumenti con cui studiava i testi medievali. Nel 1961 pubblica un breve saggio diventato celebre, Fenomenologia di Mike Bongiorno, in cui analizza il successo del presentatore televisivo: piace, sostiene Eco, perché è perfettamente medio, e il pubblico si riconosce in lui senza complessi di inferiorità.
L’opera aperta
Il primo libro importante è Opera aperta (1962). Eco nota che molta arte contemporanea, dalla musica di Berio e Stockhausen ai romanzi di Joyce, alla pittura informale, non offre al pubblico un significato già compiuto, ma una struttura che il fruitore deve completare. Alcune composizioni lasciano all’esecutore la scelta dell’ordine delle parti.
Ma Eco va oltre. In un certo senso, sostiene, ogni opera d’arte è aperta: ogni lettura di un testo è un’interpretazione, che attualizza alcuni dei significati possibili. Una buona poesia non si esaurisce in una parafrasi.
Apocalittici e integrati
Nel 1964 esce Apocalittici e integrati, che dà il nome a una distinzione ancora usata. Davanti alla cultura di massa, ai fumetti, alla televisione, alla musica leggera, gli intellettuali si dividono in due schiere. Gli apocalittici vedono solo decadenza e manipolazione. Gli integrati accettano tutto con entusiasmo acritico. Eco rifiuta entrambe le posizioni. Bisogna studiare la cultura di massa seriamente, distinguere, analizzare come funziona. Il suo saggio su Superman o sui Peanuts fece scandalo nell’accademia.
Una teoria generale dei segni
Il Trattato di semiotica generale (1975) è la sua opera teorica più sistematica. La semiotica studia i segni: non solo le parole, ma le immagini, i gesti, i segnali stradali, la moda, il cibo. Eco ne dà una definizione provocatoria: la semiotica studia tutto ciò che può essere usato per mentire. Se qualcosa non può essere usato per mentire, non può nemmeno essere usato per dire la verità: semplicemente non può essere usato per comunicare.
Riprendendo il filosofo americano Charles Sanders Peirce, Eco insiste sulla “semiosi illimitata”: il significato di un segno si spiega sempre con altri segni, che a loro volta rimandano ad altri, come in un dizionario dove ogni parola si definisce con altre parole.
Il lettore modello
In Lector in fabula (1979) Eco studia il rapporto tra testo e lettore. Ogni testo prevede un “lettore modello”, cioè un lettore capace di cooperare alla sua interpretazione nel modo in cui l’autore ha previsto. Una fiaba presuppone un lettore che sa che cos’è un lupo, che i lupi non parlano, ma che nelle fiabe sì.
I limiti dell’interpretazione
Negli anni Ottanta e Novanta, quando alcune teorie letterarie sostenevano che un testo può significare qualsiasi cosa, Eco cambia accento. Nei Limiti dell’interpretazione (1990) difende l’idea che esistano interpretazioni sbagliate. Il testo è aperto, ma non infinitamente: ci sono letture che il testo stesso smentisce. È un confronto implicito con la decostruzione di Derrida e con i suoi seguaci americani.
L’ornitorinco
Nel 1997 Eco torna alla filosofia della conoscenza con Kant e l’ornitorinco. La domanda è come riconosciamo le cose e come costruiamo i concetti per nominarle. L’esempio scelto è irresistibile. Quando i naturalisti europei, alla fine del Settecento, si trovarono davanti all’ornitorinco, un animale australiano con il becco d’anatra, la pelliccia, le zampe palmate, che depone le uova ma allatta i piccoli, non sapevano dove collocarlo. Per decenni discussero se fosse un mammifero, un rettile, un uccello, o perfino un falso costruito da qualche burlone. Eco segue quella storia per mostrare come i nostri schemi concettuali si adattino, a fatica, a un’esperienza che non vi rientra.
Eco ha insegnato per decenni all’università di Bologna, ha scritto altri romanzi, come Il pendolo di Foucault, e una quantità di saggi, articoli, parodie. Muore a Milano nel 2016.