Filosofi

Tommaso Campanella

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

“Io nacqui a debellar tre mali estremi: / tirannide, sofismi, ipocrisia”. Così si presenta Tommaso Campanella in uno dei suoi sonetti. Li scrisse in carcere, dove passò ventisette anni della sua vita. Era un frate domenicano della Calabria, un filosofo della natura, un profeta politico, un difensore di Galileo, un teologo. Le sue opere, centinaia di migliaia di pagine, mescolano tutte queste anime.

Da Stilo alle carceri di Napoli

Giovan Domenico Campanella nasce nel 1568 a Stilo, in Calabria, figlio di un calzolaio. A quattordici anni entra nell’ordine domenicano e prende il nome di Tommaso. Legge avidamente, e rimane folgorato da Bernardino Telesio, il filosofo cosentino che voleva studiare la natura “secondo i suoi propri principi”, cioè a partire dai sensi e non dall’autorità di Aristotele. Nel 1591 pubblica un’opera in difesa di Telesio, Philosophia sensibus demonstrata.

Iniziano i guai. Processi per eresia a Napoli, a Padova, a Roma. Nel 1597 torna in Calabria. Nel 1599 è al centro di una congiura contro il dominio spagnolo, alimentata da profezie astrologiche su grandi rivolgimenti attesi per l’anno 1600. Campanella immaginava una repubblica teocratica fondata sulla comunione dei beni. La congiura viene scoperta prima di cominciare.

Arrestato e portato a Napoli, rischia la condanna a morte. Per evitarla si finge pazzo. Viene sottoposto alla tortura della “veglia”, trentasei ore, per verificare se la follia sia vera, e resiste senza tradirsi. Evita il patibolo, ma non il carcere: ci resterà fino al 1626.

La Città del Sole

In carcere scrive moltissimo. L’opera più famosa, La città del Sole, è composta nel 1602 in italiano e pubblicata in latino a Francoforte nel 1623. È un dialogo tra un cavaliere ospitaliere e un marinaio genovese che ha fatto il giro del mondo e racconta di un’isola, Taprobana, dove sorge una città perfetta.

La città è costruita su un colle, circondata da sette cerchi di mura. Sulle mura sono dipinte tutte le scienze: figure geometriche, carte geografiche, piante, animali, invenzioni. I bambini imparano passeggiando, guardando. È un’idea pedagogica sorprendente: la città stessa come un libro illustrato.

A governare è un sacerdote chiamato Sole, o Metafisico, assistito da tre principi: Pon, Sin e Mor, cioè Potenza, Sapienza e Amore. Non c’è proprietà privata. Tutti lavorano, ma solo circa quattro ore al giorno, perché senza oziosi il lavoro di ciascuno basta. Anche le unioni tra uomini e donne sono regolate dallo Stato, con criteri che oggi ci sembrano inquietanti. Campanella si richiama apertamente alla Repubblica di Platone e all’Utopia di Thomas More.

Un’utopia astrologica

Bisogna però leggere la città anche in un altro modo. Campanella credeva che il mondo fosse vicino a un grande rinnovamento, annunciato dai segni celesti. La Città del Sole non era soltanto un’invenzione letteraria: era un modello di ciò che la storia avrebbe potuto realizzare. È uno dei motivi per cui la sua utopia è più religiosa e più “magica” di quella di More.

La natura che sente

La filosofia della natura di Campanella deriva da Telesio, ma va oltre. Tutte le cose, per lui, hanno una qualche forma di sensibilità. Il mondo è un grande animale, e la conoscenza umana è una forma particolare di questo sentire universale. Anche l’autocoscienza è un tema importante: prima di conoscere qualsiasi cosa, l’anima sa di sé, in un modo implicito e originario.

La difesa di Galileo

Nel 1616, mentre è ancora in carcere, Campanella scrive un’Apologia pro Galileo, pubblicata nel 1622. Non sostiene che Galileo abbia ragione su tutto, ma che sia legittimo cercare la verità sulla natura senza limitarsi ad Aristotele, e che la Scrittura non va letta come un trattato di astronomia. Era un atto di coraggio, scritto da un prigioniero dell’Inquisizione.

Liberato nel 1626, Campanella vive qualche anno a Roma, dove gode per un periodo della protezione di papa Urbano VIII. Nel 1634, per sfuggire a nuovi sospetti, fugge in Francia, accolto da Richelieu. Muore a Parigi nel 1639. Di quella generazione di frati del Sud che pensarono contro il loro tempo, l’altro grande nome è Giordano Bruno.