Filosofi

Giordano Bruno

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

Il 17 febbraio 1600, in Campo de’ Fiori a Roma, Giordano Bruno viene bruciato vivo. Aveva cinquantun anni e da quasi otto era prigioniero dell’Inquisizione. Secondo un testimone, quando gli lessero la sentenza disse ai giudici che forse avevano più paura loro a pronunciarla che lui a riceverla. Oggi una statua lo ricorda proprio in quella piazza, il volto coperto dal cappuccio, rivolto verso il Vaticano. Ma ridurre Bruno al martire del libero pensiero rischia di nascondere quello che pensava davvero, che è molto più strano e affascinante.

Il frate che non stava fermo

Filippo Bruno nasce a Nola, vicino a Napoli, nel 1548. A diciassette anni entra nel convento domenicano di San Domenico Maggiore a Napoli e prende il nome di Giordano. Legge molto, anche autori che non dovrebbe, come Erasmo. Si diceva che avesse tolto dalla cella le immagini dei santi tenendo solo il crocifisso. Nel 1576, sospettato di eresia, fugge.

Comincia un vagabondaggio di quindici anni per l’Europa: Ginevra, dove si scontra con i calvinisti, Tolosa, Parigi. Lì attira l’attenzione del re Enrico III con la sua arte della memoria, una tecnica per ricordare enormi quantità di informazioni associandole a immagini e luoghi. Poi Londra, dal 1583 al 1585, ospite dell’ambasciatore francese. È il periodo più fecondo. In due anni pubblica sei dialoghi in italiano, tra cui La cena de le ceneri, De la causa, principio et uno, De l’infinito, universo e mondi, Spaccio de la bestia trionfante e De gli eroici furori. A Oxford tenne lezioni che finirono male: i dotti lo accusarono, tra l’altro, di aver copiato Marsilio Ficino.

Seguono Wittenberg, Praga, Francoforte, dove pubblica poemi latini. Nel 1591 accetta l’invito del patrizio veneziano Giovanni Mocenigo, che vuole imparare da lui l’arte della memoria. È un errore fatale: nel 1592 Mocenigo lo denuncia all’Inquisizione. Il processo passa da Venezia a Roma e dura fino al 1600.

Un universo infinito

Bruno accettò con entusiasmo la teoria di Copernico, che poneva il Sole al centro. Ma andò molto oltre. Copernico manteneva un universo chiuso, racchiuso nella sfera delle stelle fisse. Bruno la fa esplodere. L’universo è infinito, e le stelle sono soli, intorno ai quali girano altri pianeti, abitati da altri esseri viventi. Ci sono innumerevoli mondi.

L’argomento non è astronomico, nel senso che non si basa su osservazioni o calcoli. È filosofico e teologico. Una causa infinita, Dio, deve produrre un effetto infinito: un Dio che crea un mondo finito sarebbe un Dio avaro, che trattiene la sua potenza. Su questo punto Bruno si richiama esplicitamente a Niccolò Cusano, che aveva già negato al cosmo un centro e una circonferenza fissi.

Un principio vivo

Nel De la causa Bruno descrive l’universo come un’unica sostanza vivente. Dio non è un artigiano esterno al mondo, ma un principio che lo anima dall’interno, un’anima del mondo presente in ogni cosa. La materia non è passiva: contiene in sé tutte le forme, che ne emergono e vi ritornano. Ogni cosa è viva, in qualche grado. Non stupisce che i suoi giudici vi vedessero qualcosa di molto vicino al panteismo.

Il cacciatore che diventa preda

Negli Eroici furori Bruno riprende il mito di Atteone, il cacciatore che vide Diana nuda al bagno e fu trasformato in cervo, poi sbranato dai suoi stessi cani. Nella lettura di Bruno, Atteone è il filosofo che cerca la verità divina. Quando finalmente la contempla nella natura, non la possiede: ne viene trasformato, e i suoi pensieri, come cani, lo divorano. Il conoscere è un’esperienza che trasforma chi conosce, un furore eroico, non un possesso tranquillo.

Il processo e la memoria

Le accuse contro Bruno erano molte: sulla Trinità, sull’incarnazione, sulla transustanziazione, oltre che sull’infinità dei mondi. Durante il processo sembrò a un certo punto disposto a ritrattare, poi si rifiutò. Nel 1600 fu condannato come eretico impenitente.

Per secoli il suo nome rimase quasi proibito. Nell’Ottocento divenne un simbolo per i laici e gli anticlericali italiani, e nel 1889 fu inaugurata la statua di Campo de’ Fiori. Il destino di Bruno pesò anche sul processo a Galileo, trent’anni dopo. Un altro frate del Sud, Tommaso Campanella, che lo aveva forse incontrato in carcere, scontò negli stessi anni ventisette anni di prigione.