Filosofi

Spinoza

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20265 min di lettura

Baruch Spinoza nasce ad Amsterdam nel 1632, in una famiglia di ebrei sefarditi di origine portoghese, e muore all’Aia nel 1677, a quarantaquattro anni. In mezzo c’è una vita appartata, ma tutt’altro che chiusa: lettere fitte con scienziati e teologi, amici che discutono i suoi manoscritti, un’opera principale che esce solo dopo la sua morte. Chi lo apre per la prima volta resta colpito dalla forma, quasi da manuale di geometria. Poi si accorge che sotto le definizioni c’è una domanda molto concreta: come si vive liberi in un mondo dove tutto ha una causa?

Una vita ai margini, per scelta e per necessità

Nel 1656 la comunità ebraica di Amsterdam pronuncia contro di lui un herem, una scomunica durissima. I motivi esatti non sono documentati nei dettagli, ma le fonti parlano di “opinioni e azioni” giudicate inaccettabili. Spinoza non torna indietro. Si trasferisce prima a Rijnsburg, poi a Voorburg, infine all’Aia, e si mantiene in parte molando lenti ottiche, un mestiere che lo mette in contatto con la nuova scienza dell’ottica.

L’unico libro pubblicato col suo nome mentre è in vita è un’esposizione dei Principi della filosofia di Cartesio (1663). Il Trattato teologico-politico esce anonimo nel 1670 e scatena un piccolo terremoto: viene attaccato da cattolici, protestanti ed ebrei insieme. Nel 1673 rifiuta una cattedra a Heidelberg, temendo che il posto limiti la sua libertà di insegnare. È un dettaglio biografico, ma dice molto del personaggio.

Dio, cioè la Natura

Il punto di partenza dell’Etica è una definizione di sostanza: ciò che esiste in sé e si concepisce per sé. Se la si prende sul serio, sostiene Spinoza, di sostanze può essercene una sola. Cartesio ne ammetteva tre tipi, Dio, la mente e il corpo. Spinoza le fonde in un’unica realtà infinita, che chiama Deus sive Natura, “Dio ovvero la Natura”.

Questo Dio non è una persona che sceglie, non ha progetti e non premia o punisce. Agisce per la necessità della propria natura, come dalla natura del triangolo segue che la somma dei suoi angoli è uguale a due retti. Le cose particolari, una pietra, un cane, questa mente che legge, sono “modi”: modificazioni della sostanza. Pensiero ed estensione sono due dei suoi infiniti attributi, gli unici che conosciamo.

Mente e corpo, la stessa cosa vista due volte

Qui Spinoza risolve a modo suo il problema che aveva tormentato Cartesio, quello del rapporto tra mente e corpo. Non c’è nessuna ghiandola pineale da cui l’anima spinge i muscoli. La mente è l’idea del corpo: un unico evento espresso sotto l’attributo del pensiero e sotto quello dell’estensione. Per questo nessuno dei due può causare l’altro, eppure procedono insieme, sempre.

Affetti, servitù e libertà

La parte più letta dell’Etica è forse la terza, dedicata agli affetti. Spinoza dichiara di voler trattare le passioni umane come se fossero linee, piani e corpi. Non per freddezza: nel Trattato politico scrive di essersi sforzato di non deridere, non compiangere e non detestare le azioni umane, ma di comprenderle (non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere).

Ogni cosa, dice, si sforza di perseverare nel proprio essere: è il conatus. Quando la nostra potenza di agire cresce proviamo letizia, quando diminuisce tristezza. Da questi due affetti fondamentali, insieme al desiderio, deriva tutto il resto: amore, odio, speranza, paura, invidia. Un esempio semplice: la speranza e la paura sono la stessa incertezza vista da due lati, e chi spera teme sempre un po’.

La servitù, per Spinoza, è restare in balia di cause esterne che non capiamo. La libertà non sta nel sottrarsi alla necessità, che è impossibile, ma nel comprenderla. Distingue tre generi di conoscenza: l’immaginazione, fatta di sentito dire e di esperienze sparse; la ragione, che coglie le proprietà comuni delle cose; la scienza intuitiva, che vede ogni cosa particolare nella sua dipendenza da Dio. Al vertice c’è l’”amore intellettuale di Dio”. L’opera si chiude con una frase che molti studenti ricordano: tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare (omnia praeclara tam difficilia quam rara sunt).

Il Trattato teologico-politico

Il libro anonimo del 1670 legge la Bibbia con gli strumenti della storia e della filologia: chi scrisse quei testi, in quale lingua, per quale pubblico. Spinoza conclude che la Scrittura insegna soprattutto obbedienza e giustizia, non verità speculative, e che quindi la filosofia deve restare libera. Il sottotitolo lo dice chiaramente: la libertà di filosofare non nuoce alla pietà né alla pace dello Stato, anzi non si può togliere senza togliere anche queste.

Il confronto con Hobbes è istruttivo. Anche Spinoza parte dalla potenza naturale degli individui, ma arriva a una conclusione diversa: lo scopo dello Stato è la libertà, non solo la sicurezza.

Perché leggerlo ancora

Spinoza fu a lungo un nome da evitare. Nel Settecento dirsi spinoziano equivaleva quasi a dirsi ateo. Alla fine del secolo, con la cosiddetta “disputa sul panteismo” in Germania, torna al centro della discussione e influenza l’idealismo, da Schelling a Hegel. Il confronto con Leibniz, che lo visitò all’Aia nel 1676, resta un capitolo affascinante della filosofia moderna.

L’Etica, opera per opera

Che cosa significa vivere bene, se ogni cosa segue necessariamente dall’ordine della natura e non da un disegno rivolto apposta all’essere umano? Nell’Etica Spinoza affronta questa domanda con una costruzione «geometrica»: definizioni e assiomi sono seguiti da proposizioni, dimostrazioni, corollari e scolii. L’opera è divisa in cinque parti: Dio; natura e origine della mente; origine e natura degli affetti; potere degli affetti e servitù umana; potere dell’intelletto e libertà. Il percorso va dalla metafisica all’etica, senza separarle: Spinoza sostiene che esiste un’unica sostanza infinita, chiamata Dio o Natura, e che le cose finite sono modi in cui essa si esprime. Pensiero ed estensione sono gli attributi che gli esseri umani conoscono; mente e corpo non sono due sostanze indipendenti. Nella psicologia degli affetti, il conatus indica lo sforzo di ciascuna cosa di perseverare nel proprio essere. La libertà, quindi, non consiste in una volontà sottratta alle cause, ma nella comprensione più adeguata della necessità e nel diventare meno passivi rispetto agli affetti. L’opera, composta nell’arco di anni e pubblicata postuma nel 1677, apparve nella raccolta delle opere postume curata dagli amici di Spinoza; il titolo latino completo è Ethica ordine geometrico demonstrata. La traduzione di Carlo Sarchi qui collegata è un’edizione italiana del 1880: una testimonianza storica accessibile, da leggere tenendo conto della lingua e dell’OCR d’epoca.

Dove leggere l’Etica

È disponibile una scansione integrale dell’edizione italiana del 1880, tradotta dal latino da Carlo Sarchi e catalogata da Internet Archive tra i materiali del Polo delle Biblioteche Umanistiche dell’Università di Torino. La pagina offre immagini delle pagine, OCR e download: l’OCR può contenere imprecisioni, quindi per i passaggi dubbi conviene controllare la scansione.

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