Filosofi

Protagora

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

Protagora è il primo a presentarsi apertamente come sofista e a farsi pagare per insegnare. Oggi la cosa non scandalizza nessuno, ma nell’Atene del V secolo a.C. era una novità che metteva a disagio. Che cosa insegnava, esattamente? Nel dialogo di Platone che porta il suo nome lo dice lui stesso: a ben deliberare sulle cose di casa propria e su quelle della città, cioè a diventare capaci nel parlare e nell’agire politico.

Un forestiero ad Atene

Nato ad Abdera, la stessa città di Democrito, intorno al 490 a.C., Protagora soggiornò più volte ad Atene ed ebbe rapporti con Pericle. Secondo una notizia antica fu incaricato di scrivere le leggi per Turi, la colonia panellenica fondata in Magna Grecia nel 444. La tradizione racconta anche di un processo per empietà, della fuga da Atene e del rogo dei suoi libri nell’agorà, ma queste notizie sono tarde e incerte. Morì probabilmente intorno al 420.

Le sue opere sono perdute. Conosciamo alcuni titoli, tra cui La verità e Sugli dèi, e poche frasi riportate da altri. Il ritratto più vivo resta quello di Platone, che lo tratta con ironia ma senza disprezzo.

“L’uomo è misura di tutte le cose”

La frase d’apertura della Verità ci è giunta quasi letteralmente: l’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono. Che cosa vuol dire? Nel Teeteto Platone propone un’interpretazione con un esempio diventato classico. Lo stesso vento soffia, e uno di noi sente freddo, l’altro no. Il vento è freddo o non è freddo? Secondo Protagora, così come lo legge Platone, è freddo per chi ha freddo e non lo è per chi non ce l’ha. Non c’è un terzo punto di vista, esterno, da cui decidere.

Resta aperta una questione: “uomo” significa il singolo individuo o l’umanità, o anche una comunità? Le leggi e i valori di una città, per esempio, sembrano a Protagora validi per quella città finché li ritiene tali. Ma questo non vuol dire che tutte le opinioni si equivalgano. Il sapiente, nella difesa che Platone gli fa pronunciare, non è chi possiede verità assolute, ma chi sa far passare un individuo o una città da una condizione peggiore a una migliore, come il medico fa con il malato.

Due discorsi su ogni cosa

Diogene Laerzio gli attribuisce la tesi che su ogni questione ci siano due discorsi contrapposti. Aristotele aggiunge una formula che fu usata contro di lui: rendere più forte il discorso più debole. Per i nemici dei sofisti significava far vincere il torto. Per un insegnante di retorica era anche un esercizio: saper costruire l’argomento migliore per la tesi meno favorita, come si fa ancora nei dibattiti scolastici.

Gli dèi e la brevità della vita

Il frammento sugli dèi è tra i più celebri: riguardo agli dèi non sono in grado di sapere né che esistono né che non esistono, né quale sia il loro aspetto, perché molte cose impediscono di saperlo, l’oscurità della questione e la brevità della vita umana. Non è una professione di ateismo. È una sospensione del giudizio motivata dai limiti della conoscenza, ed è comprensibile che potesse sembrare pericolosa a una città che faceva del culto un affare pubblico.

Il mito di Prometeo

Nel Protagora Platone gli fa raccontare un mito. Epimeteo distribuisce agli animali le loro capacità, ali, artigli, pellicce, ma arrivato all’uomo non ha più niente. Prometeo ruba allora il fuoco e le tecniche. Gli uomini però non sanno vivere insieme e si danneggiano a vicenda. Zeus manda Ermes a distribuire rispetto e giustizia, e ordina di darli a tutti, non a pochi come le tecniche. Per questo, conclude Protagora, gli Ateniesi fanno bene ad ascoltare ogni cittadino quando si tratta di politica.

Il dialogo prosegue con Socrate che mette in dubbio che la virtù si possa insegnare, e finisce con le parti curiosamente invertite. Per vedere come lavora Socrate con un interlocutore così esperto si può leggere la pagina sul metodo socratico; per un sofista dal profilo diverso, più legato alla potenza della parola, c’è Gorgia.