Nel 427 a.C. una delegazione arriva ad Atene da Leontini, città greca della Sicilia, per chiedere aiuto contro Siracusa. A guidarla c’è Gorgia. Le fonti antiche raccontano che gli Ateniesi rimasero incantati dal suo modo di parlare, pieno di antitesi, simmetrie, frasi che si rispondono come in un gioco di specchi. Da quel momento la prosa greca non fu più la stessa.
Un maestro di eloquenza
Gorgia nacque intorno al 485 a.C. e visse moltissimo: le fonti parlano di oltre cento anni. Insegnò retorica in varie città della Grecia e divenne ricco e celebre. A differenza di Protagora, secondo Platone non prometteva di insegnare la virtù: si limitava a formare oratori, e rideva di chi faceva promesse più grandi.
Il suo stile ebbe un nome: le “figure gorgiane”. Sono l’antitesi, i membri di frase di uguale lunghezza, le terminazioni che si richiamano nel suono. Oggi, leggendole in traduzione, se ne perde molto, ma nel greco si sente quasi un ritmo poetico applicato alla prosa.
Il trattato sul non essere
L’opera filosofica più discussa di Gorgia è un testo dal titolo provocatorio, Sul non essere, o sulla natura. Lo conosciamo da due riassunti antichi: uno di Sesto Empirico, l’altro in un trattatello anonimo attribuito un tempo ad Aristotele. Le tesi sono tre e si susseguono come una ritirata strategica. Nulla esiste. Se anche qualcosa esistesse, non sarebbe conoscibile dall’uomo. Se anche fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile ad altri.
L’ultimo passaggio è il più interessante. Comunichiamo con le parole, ma le parole non sono le cose. Come posso trasmettere a un altro, con un suono, l’esperienza di un colore? Ciò che vedo non diventa udibile, e ciò che dico non è ciò che ho visto.
Parodia o filosofia?
Gli interpreti discutono da secoli. Per alcuni è una parodia degli argomenti di Parmenide e degli eleati, che usa i loro stessi strumenti per arrivare a conclusioni opposte. Per altri è una seria riflessione sui limiti del linguaggio. Le due letture non si escludono del tutto: anche una parodia ben costruita mette a nudo un problema reale. Lo stile argomentativo, con ipotesi concesse per assurdo, ricorda da vicino quello di Zenone.
L’Encomio di Elena
Il testo di Gorgia che leggiamo per intero è un discorso di difesa paradossale. Elena, la donna che secondo il mito causò la guerra di Troia, era il simbolo della colpa femminile. Gorgia sostiene che non è colpevole, qualunque sia la causa per cui seguì Paride. Le possibilità sono quattro: il volere degli dèi e del destino, la violenza, la persuasione delle parole, l’amore. In nessuno di questi casi la responsabilità ricade su di lei.
Il cuore del discorso è l’elogio della parola. La parola, scrive Gorgia, è un grande sovrano che con un corpo piccolissimo e invisibile compie opere divinissime: può far cessare la paura, togliere il dolore, suscitare gioia, accrescere la compassione. Agisce sull’anima come i farmaci agiscono sul corpo. Alcuni discorsi addolorano, altri rallegrano, altri spaventano, altri ancora, con una cattiva persuasione, avvelenano e stregano l’anima.
Il finale è una piccola sorpresa. Gorgia chiama il suo discorso un encomio per Elena e un gioco, paignion, per sé. Ha voluto mostrare fin dove arriva la potenza della parola, anche a favore della tesi più improbabile.
La difesa di Palamede
Un secondo discorso conservato, la Difesa di Palamede, ha una struttura opposta. Qui parla l’accusato stesso, l’eroe greco che secondo il mito fu condannato per un tradimento mai commesso. Palamede non ha testimoni e allora costruisce la difesa sul verosimile: per tradire avrei dovuto incontrare il nemico, ma in quale lingua avremmo parlato? Con quali garanzie? E per ottenere che cosa? Ogni passaggio esclude un’ipotesi, fino a mostrare che l’accusa non sta in piedi. È un modello di argomentazione per esclusione che i maestri di retorica studieranno a lungo, e che ricorda da vicino certe arringhe giudiziarie di oggi.
Il Gorgia di Platone
Platone dedica a Gorgia uno dei suoi dialoghi più duri. Socrate vi distingue la persuasione che produce conoscenza da quella che produce solo credenza: la retorica, accusa, appartiene alla seconda, e assomiglia alla culinaria rispetto alla medicina, perché mira al piacevole e non al bene. Gorgia esce di scena presto; a sostenere fino in fondo l’idea che il più forte debba prevalere è Callicle. Il dialogo resta una delle letture migliori per capire perché tra Platone e i sofisti la distanza non fosse solo teorica.