Filosofi

Niccolò Machiavelli

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20264 min di lettura

Di Niccolò Machiavelli tutti conoscono l’aggettivo, pochi la vita. “Machiavellico” è diventato sinonimo di astuto e senza scrupoli, ma il segretario fiorentino era soprattutto un uomo di governo che aveva visto da vicino come si vincono e si perdono gli Stati. Nato a Firenze nel 1469 e morto nella stessa città nel 1527, ha lasciato un’opera che va ben oltre il Principe: i Discorsi su Tito Livio, l’Arte della guerra, le Istorie fiorentine, una commedia come la Mandragola e un epistolario vivacissimo.

Dalla Cancelleria all’Albergaccio

Nel 1498, dopo la caduta di Savonarola, Machiavelli entra nella Seconda Cancelleria della Repubblica fiorentina. Per quattordici anni viaggia per missioni diplomatiche: in Francia presso Luigi XII, presso l’imperatore Massimiliano, in Romagna presso Cesare Borgia, il duca Valentino. Proprio il Valentino diventerà, nel Principe, l’esempio di un uomo che con virtù e fortuna aveva costruito uno Stato dal nulla, salvo perderlo quando la fortuna gli voltò le spalle.

Nel 1512 i Medici tornano a Firenze e la Repubblica cade. Machiavelli perde l’incarico, viene sospettato di congiura, imprigionato e torturato. Liberato, si ritira nella villa dell’Albergaccio, a Sant’Andrea in Percussina. Da lì scrive a Francesco Vettori, il 10 dicembre 1513, la lettera più famosa della letteratura politica italiana: di giorno l’osteria, il gioco, le chiacchiere; la sera si spoglia della veste quotidiana, indossa “panni reali e curiali” ed entra nelle antiche corti degli uomini antichi a conversare con loro. Da quei colloqui, racconta, è nato un opuscolo, De principatibus.

Che cosa cambia con lui

La rottura è soprattutto di metodo. Gli “specchi dei principi” medievali e umanistici descrivevano il sovrano come dovrebbe essere: giusto, pio, liberale. Machiavelli dichiara nel capitolo XV di voler andare dietro alla “verità effettuale della cosa” piuttosto che all’immaginazione di essa. Chi trascura quello che si fa per quello che si dovrebbe fare, aggiunge, impara più la rovina che la sua conservazione.

Da qui nasce l’idea, discussa per secoli, dell’autonomia della politica. Machiavelli non dice che la morale non conta. Dice che la politica ha regole proprie e che un governante deve saperle conoscere, anche quando costringono a scelte che nella vita privata giudicheremmo male.

Virtù e fortuna

Il capitolo XXV è un piccolo trattato a sé. La fortuna, scrive, è arbitra della metà delle nostre azioni, ma l’altra metà la lascia governare a noi. La paragona a un fiume in piena: non si può fermare quando straripa, ma si possono costruire argini e ripari nei tempi quieti. La virtù è proprio questa capacità di previsione e di adattamento. Chi resta sempre uguale a sé stesso, anche quando i tempi cambiano, prima o poi rovina.

La repubblica nei Discorsi

Leggere solo il Principe dà un’immagine incompleta. Nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio Machiavelli ragiona sulla Roma repubblicana e arriva a una tesi sorprendente: i tumulti fra plebe e senato non furono una debolezza, ma una delle cause della libertà romana, perché da quei conflitti nacquero buone leggi. Il governo misto, gli ordini civili, le armi proprie anziché mercenarie tornano in entrambe le opere.

Il confronto con Hobbes, che un secolo dopo cercherà il fondamento dello Stato nel patto, o con Rousseau, che leggeva il Principe come un libro dei repubblicani, aiuta a vedere quanto sia stato interpretato in modi opposti. Per un quadro più ampio dell’epoca si può partire dalla pagina dedicata a Erasmo, che negli stessi anni scriveva un’educazione del principe cristiano di tutt’altro tono.

Il Principe: struttura e idee

Quali qualità servono a chi governa quando la stabilità dello Stato è minacciata e le circostanze cambiano? Nel Principe, composto nel 1513, Niccolò Machiavelli affronta la domanda osservando la politica nella sua «verità effettuale»: non descrive un governante ideale, ma ragiona su come si acquistano e si conservano i principati, sulla forza militare e sulle decisioni che incidono sul potere e sulla sicurezza della comunità. Il trattato, scritto in volgare, è diviso in 26 capitoli. I primi esaminano tipi di principato, conquiste, ordinamenti e armi; la parte centrale discute le qualità e le condotte del governante, compresa la capacità di adattarsi alle situazioni. Il principe deve saper combinare forza e astuzia, simboleggiate dal leone e dalla volpe, e valutare quando sia possibile agire secondo le virtù convenzionali e quando le necessità politiche impongano scelte diverse. Virtù non significa qui semplicemente bontà morale: indica energia, capacità e prontezza nel cogliere l’occasione; la fortuna è la componente mutevole degli eventi che non si controlla interamente. Gli ultimi capitoli riflettono sulla crisi italiana e si chiudono con l’appello a un principe capace di liberare la penisola dalle potenze straniere. Il testo circolò prima della stampa e uscì postumo nel 1532. La dedica dell’opera nota è a Lorenzo di Piero de’ Medici; Machiavelli aveva inizialmente pensato a Giuliano. Leggerlo oggi significa interrogare il rapporto fra efficacia politica, responsabilità e uso del potere, senza ridurlo a un manuale di cinismo.

Leggere il Principe online

Leggi e scarica Il Principe su Liber Liber: testo completo in ePub, ODT e PDF, in italiano. L’edizione elettronica è tratta dall’edizione Einaudi del 1972 curata da Luigi Firpo, con introduzione di Federico Chabod e note critiche di Laura Barberi; la distribuzione è indicata con licenza Creative Commons BY-NC-SA 4.0.

Fonti e approfondimenti