“Come si può essere persiani?” La domanda, rivolta con stupore dai parigini a uno straniero vestito all’orientale, è una delle battute più celebri della letteratura francese del Settecento. Viene dalle Lettere persiane di Montesquieu, pubblicate anonime nel 1721. Due viaggiatori persiani, Usbek e Rica, scrivono lettere ai loro amici raccontando le stranezze della Francia: il re che fa credere ai sudditi che un pezzo di carta valga denaro, il papa che fa credere che tre siano uno, le mode che cambiano ogni stagione. Il trucco è semplice e geniale: guardare la propria società con gli occhi di un estraneo, e scoprire che ciò che ci sembra naturale è soltanto abitudine.
Un magistrato di provincia
Charles-Louis de Secondat nasce nel 1689 nel castello di La Brède, vicino a Bordeaux. Studia diritto, e nel 1716 eredita da uno zio il titolo di barone di Montesquieu e la carica di presidente al Parlamento di Bordeaux, che era allora un tribunale. Il lavoro di giudice non lo appassiona; preferisce l’accademia scientifica della città, dove presenta memorie di fisica e di storia naturale.
Dopo il successo delle Lettere persiane vende la carica, si trasferisce a Parigi e intraprende un lungo viaggio in Europa, tra il 1728 e il 1731: Austria, Ungheria, Italia, Germania, Olanda e soprattutto Inghilterra, dove resta un anno e mezzo. Nel 1734 pubblica le Considerazioni sulle cause della grandezza dei Romani e della loro decadenza, un’analisi storica che cerca cause generali, non fortuite, dietro gli avvenimenti.
Lo spirito delle leggi
Il capolavoro è Lo spirito delle leggi, pubblicato a Ginevra nel 1748, frutto di quasi vent’anni di lavoro. Si apre con una definizione: le leggi, nel senso più ampio, sono i rapporti necessari che derivano dalla natura delle cose. Non sono soltanto ordini di un sovrano. Dipendono dal clima, dal territorio, dalla religione, dal commercio, dai costumi, dal numero degli abitanti. L’insieme di questi rapporti forma lo “spirito” delle leggi di un popolo.
Montesquieu non vuole stabilire quale sia la legge migliore in assoluto, come avevano fatto molti filosofi. Vuole capire perché ogni popolo ha le leggi che ha. È per questo che molti lo considerano un precursore della sociologia.
Tre governi, tre principi
Montesquieu distingue tre tipi di governo, ciascuno con una sua natura e un suo principio, cioè la passione che lo fa funzionare. La repubblica, in cui il popolo o una parte di esso detiene il potere, si regge sulla virtù, intesa come amore per la patria e per l’uguaglianza. La monarchia, in cui uno solo governa secondo leggi fisse, si regge sull’onore. Il dispotismo, in cui uno solo governa senza leggi, secondo il proprio capriccio, si regge sulla paura.
Il clima
Una parte del libro che oggi fa sorridere, ma che allora era nuova, riguarda l’influenza del clima. Montesquieu racconta di aver osservato al microscopio una lingua di montone congelata e poi scongelata, notando che le papille si contraevano con il freddo. Ne deduce che i popoli del nord sarebbero meno sensibili e più coraggiosi, quelli del sud più sensibili e più inclini alla pigrizia. Sono generalizzazioni grossolane. L’idea di fondo, però, che le istituzioni vadano spiegate anche a partire dalle condizioni materiali, avrà grande fortuna.
Il potere arresta il potere
Il capitolo più famoso è il sesto dell’undicesimo libro, dedicato alla costituzione d’Inghilterra. In ogni Stato, scrive, ci sono tre poteri: il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario. Se lo stesso uomo o lo stesso corpo li esercitasse tutti e tre, sarebbe la fine della libertà. Poco prima aveva formulato il principio generale: perché non si possa abusare del potere bisogna che, per la disposizione delle cose, il potere arresti il potere.
Montesquieu descrive l’Inghilterra in modo un po’ idealizzato, ma il modello è destinato a durare. I costituenti americani lo citano spesso, e la separazione dei poteri entra nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789: una società in cui non è assicurata la garanzia dei diritti né determinata la separazione dei poteri non ha costituzione.
Ironia contro la schiavitù
Nel quindicesimo libro c’è un breve capitolo che spesso è stato letto male. Montesquieu elenca, con apparente serietà, le ragioni con cui gli europei giustificavano la schiavitù degli africani: lo zucchero sarebbe troppo caro se non lo coltivassero gli schiavi, è impossibile pensare che Dio abbia messo un’anima in un corpo tutto nero, e così via. Il tono è ironico: gli argomenti sono così assurdi da condannarsi da soli.
Il libro fu messo all’Indice nel 1751. Montesquieu morì a Parigi nel 1755. Il confronto con i teorici del contratto, come Locke e Rousseau, aiuta a vedere quanto il suo approccio fosse diverso: non da dove nasce lo Stato legittimo, ma come funzionano davvero gli Stati. Un contemporaneo con cui confrontarlo è Voltaire, che ammirava l’Inghilterra per ragioni simili.