Filosofi

Maimonide

Aula del SapereAggiornato il 9 Ottobre 20263 min di lettura

Mosè Maimonide è chiamato nella tradizione ebraica con l’acronimo Rambam, da Rabbi Moshe ben Maimon. Un detto popolare dice che “da Mosè a Mosè non sorse nessuno come Mosè”: dal profeta al filosofo di Cordova. Esagerazione affettuosa, certo, ma che rende l’idea del posto che occupa. Legislatore, medico, filosofo, Maimonide ha cercato di tenere insieme la Torah e Aristotele senza rinunciare a nessuno dei due.

Una vita in fuga

Nasce a Cordova nel 1138. Quando ha circa dieci anni, la città cade sotto gli Almohadi, che impongono la conversione all’Islam o l’esilio. La famiglia lascia Cordova e vaga per anni in Andalusia, poi si stabilisce a Fez, in Marocco. Nel 1165 si imbarca per la Terra Santa e infine si stabilisce in Egitto, a Fustat, la vecchia Cairo.

Lì lo colpisce una tragedia. Il fratello David, che con il commercio di pietre preziose manteneva la famiglia e permetteva a Mosè di studiare, muore in un naufragio nell’Oceano Indiano. Maimonide scrive in una lettera che per anni rimase come paralizzato dal dolore. Deve trovare un mestiere e diventa medico. Diventerà medico di corte del visir al-Qāḍī al-Fāḍil al tempo di Saladino, e guida della comunità ebraica d’Egitto. Muore nel 1204.

In una lettera al traduttore Samuel ibn Tibbon, che voleva fargli visita, descrive la sua giornata per scoraggiarlo. Ogni mattina va al Cairo, a corte; se qualcuno della famiglia del sultano sta male non può allontanarsi. Torna a Fustat nel pomeriggio, affamato, e trova l’anticamera piena di pazienti, ebrei e non ebrei, nobili e poveri. Visita fino a sera, sdraiato per la stanchezza. Scrisse anche opere di medicina, tra cui un trattato sull’asma e un regime di salute per un figlio di Saladino, in cui insiste molto su dieta, sonno e serenità d’animo.

Il legislatore

La sua prima grande impresa è il Commento alla Mishnah, in cui formula tredici principi fondamentali della fede ebraica, dall’unità di Dio alla resurrezione dei morti. Segue la Mishneh Torah, una codificazione completa della legge ebraica in quattordici libri, scritta in un ebraico limpido. Il suo scopo era permettere a chiunque di conoscere la legge senza dover attraversare l’intera letteratura talmudica. Fu un successo enorme, e anche un motivo di polemiche: alcuni temevano che sostituisse lo studio diretto delle fonti.

La Guida dei perplessi

L’opera filosofica principale è scritta in arabo, con caratteri ebraici, intorno al 1190. È indirizzata a un discepolo, Giuseppe, e attraverso di lui a una categoria di lettori precisa: ebrei credenti che hanno studiato filosofia e si trovano “perplessi”, perché il senso letterale della Bibbia sembra contraddire ciò che la ragione ha insegnato loro.

Maimonide inizia dal linguaggio. La Bibbia attribuisce a Dio mani, occhi, un trono, ira, pentimento. Presi alla lettera, questi termini renderebbero Dio corporeo e mutevole. Ma “la Torah parla secondo il linguaggio degli uomini”: bisogna capire i diversi sensi delle parole. Gran parte della prima sezione della Guida è un lessico di questi termini, spiegati uno per uno.

Dire ciò che Dio non è

Da qui la sua teologia negativa. Di Dio non possiamo predicare attributi positivi senza introdurre in lui molteplicità. Possiamo solo dire che cosa non è. Dire che Dio esiste significa che non è inesistente; che è potente, che non è impotente. Ogni negazione ci avvicina un po’ di più, perché esclude un errore. Maimonide cita un versetto dei Salmi interpretandolo come “per te il silenzio è lode”: la forma più alta di discorso su Dio è sapere di non poterlo esprimere.

Il mondo è eterno?

Su un punto Maimonide si misura direttamente con Aristotele. Il filosofo sostiene che il mondo è eterno; la Bibbia insegna che è stato creato. Maimonide esamina gli argomenti aristotelici e conclude che non sono vere dimostrazioni: la questione, filosoficamente, resta indecisa. In una situazione simile, scegliere la creazione non è contrario alla ragione, e ha il vantaggio di salvare la possibilità dei miracoli e della rivelazione.

Lettori e avversari

La Guida divise le comunità ebraiche. In Provenza, nel XIII secolo, scoppiò una dura polemica tra sostenitori e oppositori del suo razionalismo. In latino, l’opera circolò presto e Tommaso d’Aquino cita spesso “Rabbi Moyses”, in particolare proprio sul tema dell’eternità del mondo. Secoli dopo, Spinoza criticherà nel Trattato teologico-politico il metodo di Maimonide, accusandolo di piegare la Scrittura alla filosofia aristotelica. Anche questa critica, a ben vedere, è un omaggio: Maimonide era ancora l’interlocutore da cui bisognava partire.